C’è un momento in cui un ragazzo smette di fare le caxxate e si mette a farle più in grande. E la domanda che quasi nessun genitore si fa è: perché? Roberta Bruzzone, criminologa e psicologa tra le più note in Italia, ha una risposta che molti genitori non vogliono sentire. Vediamo insieme qual è e anche qual è il modo migliore per affrontare la dura e faticosa fase adolescenziale dei nostri figli secondo Roberta Bruzzone.

Cosa dice Roberta Bruzzone ai genitori iperprotettivi
Roberta Bruzzone non usa mezze misure quando parla di genitori iperprotettivi. Le sue riflessioni partono sempre dallo stesso punto: un genitore che protegge troppo non sta amando di più, sta privando il figlio di qualcosa di essenziale. Le tre citazioni che seguono toccano tre aspetti precisi di questo meccanismo: il paradosso del genitore-amico, l’abitudine a dare sempre la colpa al mondo esterno, e il messaggio nascosto dietro i comportamenti più distruttivi degli adolescenti.
1. Perché il genitore-amico è un paradosso che non funziona
“Questi genitori amici, questi genitori fan dei figli, questi genitori incapaci di correggere i figli anche quando hanno torto, di metterli davanti alle conseguenze delle cazzate che fanno.”
L’idea del genitore che vuole essere amico del figlio è nata, probabilmente, da un posto buono: l’intenzione di costruire un rapporto aperto, senza distanze, in cui il figlio possa dire tutto senza paura. È un’intenzione comprensibile, e in sé non è sbagliata. Diventa un problema quando sostituisce qualcos’altro: qualcosa che solo il genitore può dare e che un amico, per definizione, non può offrire.
L’amico non ti corregge quando hai torto. L’amico sta dalla tua parte anche quando stai sbagliando, perché la sua funzione è quella: esserti vicino, non giudicarti. Il genitore ha una funzione diversa. Non perché voglia stare dall’altra parte, ma perché è la persona nella vita del figlio che ha sia il diritto che il dovere di dire: questa cosa non va, e te ne devi rendere conto.
Quando un genitore rinuncia a questa funzione per diventare amico, il figlio guadagna un compagno di squadra, e perde il confine. E il confine, anche se nessuno lo ammette facilmente, è esattamente quello di cui ha bisogno.
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2. Cosa succede quando il mondo esterno ha sempre torto
Roberta Bruzzone identifica un meccanismo molto preciso nell’atteggiamento dei genitori iperprotettivi: il rifiuto sistematico di riconoscere la responsabilità del figlio:
“Per loro è sempre il mondo esterno che sbaglia. Per loro quello che fanno i figli è sempre una ragazzata.”
Questa frase contiene due errori che si moltiplicano tra loro. Il primo è attribuire sempre la colpa fuori: all’insegnante, ai compagni, alle circostanze, alla sfortuna. Il secondo è minimizzare quello che il figlio fa chiamandolo ragazzata: un termine che per definizione svuota il gesto di peso, di conseguenza, di realtà.
Cosa impara il figlio da questa dinamica? Impara che non è mai responsabile di quello che fa. Che esiste sempre una spiegazione esterna che lo scagiona. Che le sue azioni non hanno un peso reale nel mondo, perché qualcuno provvederà sempre a ridimensionarlo o a spostare la colpa altrove. È una forma di protezione che in realtà lascia il figlio disarmato: non ha mai imparato che le sue scelte producono conseguenze, e che quelle conseguenze sono sue.
3. Perché più ne combinano e più stanno chiedendo aiuto
La frase più potente che Roberta Bruzzone pronuncia non è quella sulla gonna corta o sulla ragazzata. È questa:
“Più ne combinano e più la richiesta è: fermami tu prima che lo faccia qualcun altro.”
È la frase che ribalta tutto. Il comportamento problematico – quello che il genitore iperprotettivo minimizza, giustifica, attribuisce al mondo esterno – è un linguaggio. È il modo in cui un ragazzo che non ha imparato a dare un nome a quello che prova comunica quello che sente. E quello che sente, secondo Roberta Bruzzone, è il bisogno di essere fermato.
Non di essere assecondato. Non di essere capito senza conseguenze. Fermato. Da qualcuno che sia abbastanza solido da tenerlo, abbastanza presente da non girare la testa dall’altra parte, abbastanza genitore da non voler essere il suo migliore amico.
Il paradosso è che i genitori iperprotettivi pensano di amare di più proprio perché non si rifiutano mai, perché difendono sempre, perché non alzano mai la voce. Ma quello che il figlio sta chiedendo – a volte con i comportamenti più distruttivi che ha a disposizione – è esattamente il contrario: qualcuno che rimanga lì, che non scappi dalla tensione, che dica basta e lo faccia sul serio.
Roberta Bruzzone non sta invitando al rigore per il rigore, né alla durezza come stile educativo. Sta dicendo qualcosa di più semplice e più difficile: che un figlio ha bisogno di un genitore, non di un fan. E che il modo più profondo di volergli bene è, a volte, proprio quello di deluderlo.
Chi paga il prezzo della protezione totale
Roberta Bruzzone lavora con casi estremi. Non parla di ragazzini difficili in senso generico: parla di “ragazzetti alla deriva totale”, giovani che il sistema ha incontrato quando era già troppo tardi per intervenire con semplicità. E dice una cosa che dovrebbe far riflettere chiunque pensi che proteggere sempre significhi non fare mai del male.
Il prezzo lo paga il figlio. Lo paga quando si trova a dover affrontare il mondo senza gli strumenti per farlo: senza la capacità di riconoscere i propri errori, senza l’abitudine a stare dentro una conseguenza, senza la resilienza che si costruisce solo attraverso il confronto con qualcosa che resiste. Un figlio che non ha mai sentito un no fermo, che non ha mai dovuto fare i conti con la propria responsabilità, è un figlio che arriva nel mondo degli adulti con un deficit invisibile, ma reale.
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