Come crescere un figlio senza soffocarlo: Donald Winnicott e Alice Miller ci spiegano dove sbagliano i genitori

In un parco giochi, mentre i bambini corrono da un’altalena all’altra, ci sono genitori che sembrano non riuscire a stare fermi un solo istante. Una madre segue ogni movimento della figlia: «Attenta! Non correre così!», mentre un padre impedisce al figlio di salire da solo sullo scivolo perché potrebbe cadere. Poco più avanti, una bambina prova ad arrampicarsi su una struttura di legno, ma la madre la prende per mano prima ancora che possa fare il primo passo.

Sono scene che si ripetono ogni giorno. Genitori che vogliono proteggere i propri figli da ogni rischio. Lo fanno per amore, spesso senza rendersi conto che, nel tentativo di evitare loro qualsiasi difficoltà, possono finire per trasmettere un messaggio diverso da quello desiderato: “Da solo non sei capace”. Un bambino, però, non ha bisogno soltanto di essere protetto. Ha bisogno anche di sentirsi abbastanza sicuro da poter esplorare, sbagliare, provare di nuovo e scoprire gradualmente le proprie capacità.

È proprio da questa scena che possiamo immaginare un incontro particolare. Sul sentiero del parco giochi passeggiano Donald Winnicott e Alice Miller. Osservano in silenzio ciò che accade davanti a loro: madri e padri che intervengono continuamente, anticipando ogni possibile pericolo.

Come crescere un figlio senza soffocarlo

Winnicott e Miller osservano i genitori al parco

Donald Winnicott guarda Alice Miller e dice: «Forse dovremmo ricordare a questi genitori che proteggere un bambino non significa impedirgli di vivere.»
Alice Miller annuisce. «Il bisogno di sentirsi protetti non è affatto un errore, ma il problema nasce quando la protezione diventa una gabbia.»

Una madre che si trova lì vicino ha ascoltato la conversazione e interviene: «Ma se mio figlio cade? Se si fa male? Non è forse mio compito impedirglielo?»

Winnicott sorride: «È naturale volerlo proteggere. Ma proteggere non significa impedire ogni esperienza difficile. Un bambino ha bisogno di qualcuno che sia presente, non necessariamente di qualcuno che intervenga prima di lui.»
Poi aggiunge una frase che sembra spiegare perfettamente ciò che sta accadendo davanti ai loro occhi:

“Il precursore dello specchio è il volto della madre.”

La madre rimane perplessa: «Cosa significa?»
«Significa», spiega Winnicott, «che il bambino guarda il volto di chi si prende cura di lui per comprendere qualcosa di sé e del mondo. Se trova uno sguardo che comunica sicurezza, interesse e accettazione, può iniziare a sentirsi visto. Ma se quel volto comunica continuamente paura, allarme o preoccupazione, il bambino può imparare a guardare il mondo attraverso quella stessa paura.»
Alice Miller interviene: «E questo non significa che un genitore debba essere sempre tranquillo o non preoccuparsi mai, ma che il bambino ha bisogno di sentire che, anche quando qualcosa è difficile, non è solo.»

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Un padre si avvicina: «Quindi dovremmo lasciarli fare tutto da soli?»
«No», risponde Alice Miller. «Sarebbe l’errore opposto. Un bambino lasciato completamente solo non diventa automaticamente più forte. La protezione è fondamentale.»

Poi ricorda qualche che ha scritto in passato:

“Il motore che determina nei bambini la capacità di crescere sia emotivamente che fisicamente è proprio questo: il sentimento di protezione, unico sentimento in grado di donare forza psichica la quale è indispensabile alla sopravvivenza, perché permette di far fronte ai pericoli e alle situazioni stressanti; senza l’esperienza fondamentale del sentirsi protetti l’esistenza diventa davvero un cammino molto arduo.”

Nell’aria rimangono le parole di Alice Miller, mentre intorno a loro continuano le risate dei bambini, le altalene che cigolano e i passi sull’erba. La madre ascolta e guarda sua figlia, che nel frattempo è tornata davanti allo scivolo.
«Ma allora dove finisce la protezione e dove comincia l’iperprotezione?»
Donald Winnicott risponde: «Forse la differenza sta proprio qui: proteggere significa essere disponibili quando il bambino ha bisogno di noi; iperproteggere significa anticipare continuamente quel bisogno, impedendogli di sperimentare le proprie possibilità.»
Alice Miller annuisce: «Un genitore può dire: “Sono qui se hai bisogno di me”. Oppure può comunicare, senza rendersene conto: “Non sei capace, quindi devo farlo io”. Le due frasi sembrano simili, ma per un bambino possono significare due cose completamente diverse.»
Un altro padre interviene: «E se sbaglia?»
«Lasciategli la possibilità di sbagliare», dice Winnicott. «Non ogni caduta deve essere evitata. Alcune cadute fanno parte della crescita.»

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La bambina, finalmente, sale da sola sullo scivolo. La madre fa un passo verso di lei, poi si ferma. La osserva. La bambina arriva in cima, si gira e sorride.

Alice Miller guarda Donald Winnicott: «Forse è proprio questo che molti genitori dimenticano: crescere significa sentirsi abbastanza protetti da poter provare a fare qualcosa da soli.»

Come crescere un figlio senza soffocarlo?

La risposta non consiste nel diventare genitori distaccati, né nel lasciare i bambini completamente liberi di affrontare ogni difficoltà.
Donald Winnicott ci ricorda l’importanza di uno sguardo capace di restituire al bambino un’immagine di sé: uno sguardo che dica “ti vedo”, “mi importa di te”, “puoi provare”. Alice Miller aggiunge che il sentimento di protezione rappresenta una base fondamentale per affrontare le difficoltà. Ma proteggere non significa costruire intorno a un figlio una vita senza rischi. Significa esserci quando serve, senza sostituirsi continuamente a lui.

Il compito più difficile di un genitore non è impedire al proprio figlio di cadere, ma insegnargli, lentamente, che può rialzarsi sapendo che qualcuno è lì vicino, e a volte amare un figlio significa proprio fare un passo indietro, senza smettere di esserci.

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