Ti sei mai chiesto perché certe mancanze, anche a distanza di anni, tornano a farsi sentire proprio quando meno te lo aspetti, come se il tempo non le avesse mai davvero rimarginate? E se quella sensazione non fosse il segno che stai sbagliando qualcosa, ma semplicemente la verità su come funziona la mancanza? Margaret Mazzantini l’ha descritta con parole che suonano come una diagnosi: nessuna consolazione facile, ma proprio per questo un’onestà rara.

“Non si guarisce mai da ciò che ci manca, ci si adatta, ci si racconta altre verità. Si convive con se stessi, con la nostalgia della vita.”
Ciò che ti manca può avere mille volti: una persona che non c’è più, una stagione della vita ormai chiusa, un’occasione lasciata andare, una versione di te che hai perso lungo la strada senza accorgertene. Qualunque sia, non guarisce come guarisce una ferita del corpo. Non si forma una cicatrice pulita che chiude tutto e ti permette di andare avanti come se niente fosse. La mancanza resta. Cambia forma, si sposta in angoli meno visibili, in certi periodi occupa meno spazio e in altri ritorna con prepotenza. Diventa meno urgente, ma non sparisce. Non si cancella.
“Ci si adatta”: tre parole soltanto, eppure contengono una storia lunghissima. Adattarsi non è guarire, ma non è nemmeno arrendersi. È un lavoro lento e silenzioso, che nessuno vede e che fai ogni giorno senza accorgertene. Non torni al punto di partenza, non ridiventi la persona che eri prima di quella perdita. Diventi qualcosa di diverso: qualcuno che porta dentro di sé ciò che manca e che, con il tempo, ha imparato a sopportarne il peso, riorganizzando la propria vita attorno a un vuoto che non si riempirà più. C’è una durezza in tutto questo, ma anche una forma di grazia, spesso invisibile agli occhi degli altri. È proprio ciò che ti permette di andare avanti: non nonostante la mancanza, ma portandotela dentro come parte di te.
Poi arriva il passaggio più coraggioso: “ci si racconta altre verità”. Margaret Mazzantini dà alle storie che costruiamo per sopravvivere il nome più giusto possibile. Non le chiama bugie, non le definisce inganni, non usa il linguaggio freddo dell’autoinganno. Le chiama altre verità: versioni della realtà che ti permettono di restare in piedi, di continuare a muoverti, di dare un senso a ciò che è successo e non puoi più cambiare.
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Ti racconti che, in fondo, andava bene così. Che è stato meglio finire in quel modo. Che ciò che hai perso aveva difetti che allora non vedevi. Che la vita ha preso la piega giusta, anche se non era quella che avevi immaginato. Non sempre è falso: spesso è vero solo in parte, o vero in un modo diverso da come lo racconti. Ma è una narrazione di cui hai bisogno per sopravvivere.
E infine, la chiusura più bella e forse più misteriosa: “la nostalgia della vita”. Non la nostalgia di una persona o di un momento preciso, ma della vita in sé. Di quella sensazione di pienezza, di presenza totale, di sentire ogni cosa con un’intensità che a volte vivi davvero e più spesso ricordi soltanto di aver vissuto in attimi irripetibili. È forse la mancanza più profonda di tutte, quella che accompagna in silenzio ogni altra, senza mai mostrarsi fino in fondo.
Mi ritrovo spesso a pensare a quanto queste parole rendano meno solitaria l’esperienza della perdita. Non come qualcosa da risolvere una volta per tutte, ma come qualcosa da imparare a portare. Forse è questo il sollievo più grande che Margaret Mazzantini ci regala: smettere di aspettare una guarigione che non arriverà, e cominciare a riconoscere il valore, imperfetto ma reale, dell’adattamento.