In un’aula scolastica, i banchi sono curiosamente occupati da madri e padri pronti ad ascoltare una lezione tenuta da Alfred Adler e Viktor Frankl. Quel giorno non ci sono studenti, ma genitori arrivati con le proprie preoccupazioni e con quella strana sensazione di non sapere sempre come aiutare i propri figli.
Un adolescente può chiudersi nella propria stanza, smettere di parlare, sentirsi inadeguato, preoccuparsi del giudizio degli altri o vivere un insuccesso come se fosse la fine del mondo. Di fronte a queste situazioni, un genitore si trova spesso davanti alla stessa domanda: come posso aiutare mio figlio a ritrovare serenità?
È un dialogo immaginario, ma nasce da una domanda reale che molti genitori si trovano prima o poi ad affrontare. Perché crescere un figlio non significa soltanto accompagnarlo nei momenti felici, ma anche imparare a stargli accanto quando qualcosa lo fa soffrire, senza sapere sempre quale sia la cosa giusta da dire o da fare.
E allora proviamo a immaginare questa scena. Adler guarda la classe, osservando i volti dei genitori seduti davanti a lui. Frankl rimane accanto alla cattedra e aspetta che il brusio lentamente si trasformi in silenzio. Sono proprio quei genitori, questa volta, a essere tornati sui banchi di scuola, e hanno una lezione importante da imparare: non tanto come evitare ai propri figli ogni difficoltà, quanto come aiutarli a trovare dentro di sé le risorse per affrontarle.

Che cosa vede un adolescente che soffre?
«Prima di tutto», dice Adler rivolgendosi ai genitori, «dovremmo cercare di capire non soltanto ciò che accade a un ragazzo, ma soprattutto il significato che egli attribuisce a ciò che accade.»
Una madre alza subito la mano: «Mio figlio ha preso un brutto voto. Gli ho detto che può recuperare, che non è successo nulla di grave. Ma lui continua a essere convinto di non essere abbastanza bravo. Cosa posso fare?»
Adler risponde: «Potete dirgli che un voto non definisce il suo valore. Ma prima ancora dovreste provare a capire che cosa rappresenta quel voto per lui. Forse non pensa semplicemente di aver studiato male. Forse pensa: “Non sono capace”, oppure “Gli altri sono migliori di me”.»
Riprende subito, pensando ad alta voce a qualcosa che, qualche tempo prima, scrisse:
“Veniamo influenzati non dai fatti ma dall’opinione che abbiamo dei fatti.”
Nell’aula cala il silenzio. La frase cambia completamente il modo di guardare un adolescente in difficoltà. Un brutto voto è un fatto. Pensare “sono un fallimento” è invece l’interpretazione che il ragazzo dà a quel fatto. E proprio lì può iniziare l’aiuto di un genitore: non cancellando la difficoltà, ma aiutando il figlio a guardarla da una prospettiva diversa.
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Un padre interviene: «Quindi dovremmo sempre cercare di convincerlo che sta sbagliando a sentirsi così?»
Adesso è Frankl a scuotere lentamente la testa e a prendere la parola: «No. E questo è importante. Quando una persona soffre, dirle semplicemente che non dovrebbe stare male spesso non la aiuta. La sofferenza non scompare perché qualcuno le dice che non è razionale.»
Adler annuisce, interrompendo il collega: «Un adolescente ha bisogno prima di tutto di sentirsi compreso.»
Ripresa la parola, Frankl continua: «E poi deve scoprire che, anche quando non può scegliere ciò che gli accade, può ancora avere una possibilità di scelta nel modo in cui affrontarlo.»
Un’altra madre alza la mano: «Ma come possiamo insegnarglielo quando siamo noi stessi a non sapere cosa fare? Se mio figlio viene escluso dai suoi compagni, se un’amicizia finisce o se vive una delusione, vorrei poter risolvere tutto al posto suo.»
Frankl la guarda con attenzione, ci pensa un po’ su, e risponde: «È naturale. Un genitore vorrebbe togliere il dolore dalla vita del proprio figlio. Ma non sempre è possibile. E forse una delle forme più profonde dell’amore consiste proprio nell’accompagnare una persona senza pretendere di vivere al suo posto.»
Poi aggiunge:
“Se non è in tuo potere cambiare una situazione che ti crea dolore, potrai sempre escogitare l’attitudine con la quale affrontare questa sofferenza.”
Le parole rimangono sospese nell’aula. Forse è proprio questo uno dei compiti più difficili per un genitore: comprendere che aiutare non significa necessariamente trovare una soluzione immediata. A volte significa sedersi accanto al proprio figlio e ascoltarlo senza interromperlo; altre volte significa ricordargli che un fallimento non definisce chi è. Altre ancora significa lasciargli lo spazio necessario per affrontare una difficoltà, facendogli sapere che non è solo.
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Adler riprende la parola: «Un adolescente ha bisogno di sentirsi capace di affrontare la propria vita. Se ogni problema viene immediatamente risolto dai genitori, rischia di imparare che da solo non è in grado di farcela.»
«E la serenità», aggiunge Frankl, «non nasce dall’assenza di ogni problema. Nessuna vita può offrire questa garanzia. Nasce anche dalla consapevolezza di poter trovare una risposta davanti a ciò che accade.»
Un padre rimane pensieroso: «Quindi dovremmo preoccuparci meno di eliminare tutte le difficoltà e più di insegnargli come affrontarle?»
«Esattamente», risponde Adler.
«E soprattutto», aggiunge Frankl, «dovreste evitare di confondere la serenità con una vita senza sofferenza.»
La campanella della scuola suona in lontananza, ma nessuno sembra avere fretta di andare via.
Come aiutare davvero un figlio adolescente a trovare serenità?
La risposta non consiste nel trovare le parole perfette, nel risolvere ogni problema o nel proteggere un figlio da qualsiasi delusione.
Adler ci ricorda che ciò che accade non è l’unica cosa che conta: conta anche il significato che attribuiamo a ciò che accade. Per questo un genitore può aiutare il proprio figlio a distinguere un errore dalla convinzione di essere un errore, una difficoltà dalla convinzione di essere incapace, un rifiuto dalla convinzione di non meritare di essere amato.
Frankl aggiunge un’altra consapevolezza: non possiamo sempre scegliere le circostanze, ma possiamo cercare una risposta davanti ad esse.
Aiutare un adolescente a trovare serenità significa non costruirgli una vita senza ostacoli, ma accompagnarlo mentre impara ad attraversarli. Un genitore non può vivere al posto di un figlio, ma può fare qualcosa di sensazionale: ascoltarlo, comprenderlo, evitare di giudicarlo troppo rapidamente e ricordargli che un momento difficile non rappresenta tutta la sua vita.
La serenità che cerchiamo di regalare ai nostri figli consiste nell’aiutarli a scoprire che, anche quando la vita non va come vorrebbero, non sono completamente impotenti davanti a ciò che accade.
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