Ci sono collaborazioni artistiche che producono buone canzoni. E poi c’è quella tra Giulio Rapetti – Mogol – e Lucio Battisti: quindici anni, oltre 140 canzoni, una rivoluzione culturale che ha cambiato per sempre il modo in cui la musica italiana parla delle emozioni. Prima del loro incontro, la canzone popolare italiana viveva spesso di convenzioni: amori idealizzati, rime prevedibili, sentimenti tenuti a distanza. Mogol e Battisti hanno rotto ogni schema. Hanno portato nella musica leggera la paura del domani, la fragilità di fronte a una delusione, la bellezza imperfetta delle cose ordinarie. Hanno scritto di coppie al supermercato, di silenzi improvvisi, di mani che non tremano più, e in quelle immagini quotidiane milioni di italiani si sono riconosciuti.

Il sodalizio
Mogol ha scritto oltre 1.500 canzoni con più di 520 milioni di dischi venduti nel mondo. Ma è nel sodalizio con Battisti che la sua arte ha toccato la vetta assoluta: un patrimonio lirico che appartiene ormai alla storia della lingua italiana prima ancora che alla storia della musica.
Io sono cresciuta con queste canzoni. Non come ascoltatrice distaccata: come qualcuno che vi si è riconosciuta dentro. Rileggere i testi di Mogol senza la musica è un’esperienza strana e bellissima: si scopre che reggono. Sono poesia vera, non solo parole funzionali a una melodia.
1. Emozioni (1970)
“Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
Ritrovarsi a volare
E sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare
Un sottile dispiacere
E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
Dove il sole va a dormire
Domandarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore”
Come la neve non fa rumore”
Mogol dipinge la natura complessa dei sentimenti umani, dove gioia e malinconia convivono nello stesso istante. L’analogia finale è una delle similitudini più folgoranti della letteratura musicale italiana: la tristezza che scende nell’anima come la neve che cade in silenzio. Il dolore non come urlo, ma come peso impercettibile che si deposita pian piano.
2. E penso a te (1972)
“Non so con chi adesso sei
Non so che cosa fai
Ma so di certo a cosa stai pensando
È troppo grande la città
Per due che come noi”
Non sperano però si stan cercando, cercando”
La vera intuizione lirica sta nell’ultimo verso: “Non sperano però si stan cercando.” Con pochissime parole, il paradosso di un legame che sopravvive alla logica: la mente ha rinunciato alle illusioni, ma il desiderio continua ad agire. Mogol ha ricordato di aver scritto il testo in venti minuti al volante sull’autostrada.
3. Il mio canto libero (1972)
“Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime in noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore
Di vero amore”
Una metafora folgorante della purezza interiore ritrovata: la “veste dei fantasmi del passato” che cade e lascia un “quadro immacolato”. La mente torna a essere una tela bianca. Il climax si compie nel “vento tiepido d’amore”: non un’illusione passeggera, ma un sentimento autentico e rigeneratore. Mogol scrisse questi versi in un periodo di grande svolta esistenziale personale.
4. Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi (1972)
“Come può uno scoglio
Arginare il mare
Anche se non voglio
Torno già a volare
Le distese azzurre
E le verdi terre
Le discese ardite
E le risalite
Su nel cielo aperto
E poi giù il deserto
E poi ancora in alto
Con un grande salto”
Una pietra miliare della poesia in musica. Si apre con la celeberrima similitudine dello scoglio e del mare: la ragione che tenta di costruire barriere, la forza del sentimento che le azzera. Poi Mogol trasforma gli stati d’animo in paesaggi fisici e traiettorie: le “discese ardite e le risalite”, il precipitare nel “deserto”, il rialzarsi “con un grande salto”. La struttura metrica è un capolavoro di ritmo: versi brevi, incalzanti, che si sposano alla melodia di Battisti come pochi altri testi riescono a fare.
5. Pensieri e parole (1971)
“Davanti a me c’è un’altra vita
La nostra è già finita
E nuove notti e nuovi giorni
Cara, vai o torni con me
Davanti a te ci sono io (dammi forza, mio Dio)
O un altro uomo (chiedo adesso perdono)
E nuove notti e nuovi giorni
Cara, non odiarmi se puoi”
Il dialogo interiore più celebre della musica italiana. La strofa vive dell’intreccio tra ciò che si dice ad alta voce e ciò che l’anima urla in silenzio: le parole pubbliche e i pensieri tra parentesi. Battisti compose due melodie distinte sovrapposte in missaggio: Mogol dovette scrivere due testi autonomi che si incastrassero ritmicamente, creando un contrappunto emotivo di straordinaria potenza.
6. Con il nastro rosa (1980)
“Chissà, chissà chi sei
Chissà che sarai
Chissà che sarà di noi
Lo scopriremo solo vivendo
Comunque adesso ho un po’ paura
Ora che quest’avventura
Sta diventando una storia vera
Spero tanto tu sia sincera”
L’ultimo tassello dell’ultimo disco insieme. Mogol condensa una filosofia della vita: la rinuncia al controllo sul domani, l’accettazione dell’incertezza. Anziché promesse di amore eterno, la nuda ansia che accompagna ogni legame importante. La risposta non è una garanzia, ma quella massima è diventata patrimonio della lingua italiana: “Lo scopriremo solo vivendo.” Un invito maturo ad accettare il mistero dell’altro. E un addio perfetto.
Mogol è il nome d’arte di Giulio Rapetti, paroliere e produttore discografico italiano nato il 17 agosto 1936, autore di oltre 1.500 canzoni con più di 520 milioni di dischi venduti nel mondo.
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