Diventi madre e il mondo si aspetta che tu scompaia in quel ruolo. Che le tue ambizioni si polverizzino nel giro di qualche settimana. Che i tuoi bisogni diventino automaticamente secondari rispetto a quelli del figlio. Che ogni tua stanchezza, ogni difficoltà, ogni momento in cui la maternità non è quella cosa meravigliosa che ti avevano descritto, venga nascosta sotto il sorriso della mamma felice che si aspettano da te. Roberta Bruzzone dice in queste tre frasi quello che moltissime madri pensano ogni giorno, ma faticano enormemente a dire ad alta voce, perché l’aspettativa è che non si pensi affatto.

Una donna è molto di più
“Una donna è molto di più di una madre: è un essere umano dotato di diritti, di bisogni che non si esauriscono semplicemente perché si è riprodotta.”
Roberta Bruzzone parte da una premessa che dovrebbe essere ovvia, ma che evidentemente non lo è – o almeno non abbastanza – nella cultura e nelle aspettative familiari reali: la maternità non cancella tutto il resto che esiste in una persona.
Non cancella il bisogno di spazio proprio, di riconoscimento individuale, di realizzazione personale. Non trasforma una persona adulta con una storia e dei desideri in un’entità il cui unico scopo è il figlio e il cui unico parametro di successo è la soddisfazione del figlio. Quella confusione – tra essere madre e smettere di esistere come individuo separato – è la fonte di una sofferenza enorme e molto diffusa che raramente si nomina con chiarezza.
L’ho sentito dire in tanti modi diversi dalle donne che mi hanno scritto dopo aver letto il mio saggio sulla solitudine delle neomamme: “non mi riconosco più nel mio stesso corpo e nella mia stessa vita”. Come se diventare madri richiedesse di lasciare se stesse alla porta, senza data di restituzione.
Non è un utero con le gambe
“Una donna non è un utero con le gambe. Una volta che sei diventata madre, per alcuni il resto del mondo deve sparire, le sue ambizioni devono polverizzarsi istantaneamente.”
La metafora di Roberta Bruzzone è forte e necessaria, e la scelta di dirla con quelle parole precise – senza smorzare il tono – è deliberata. “Un utero con le gambe” è una riduzione biologica che ignora tutto il resto che una persona è: la storia, i desideri, la vita precedente alla maternità, il futuro che continua a esistere.
Quella visione esiste con una diffusione che stupisce: nelle famiglie di origine che si aspettano la mamma perfetta, nella cultura che non rappresenta abbastanza la fatica reale, a volte nelle aspettative del partner che si aspetta che la moglie assorba tutto, e che produce un effetto devastante sulle madri che non la incarnano perfettamente. Cioè quasi tutte.
Il silenzio delle madri in difficoltà
“È il motivo per cui moltissime madri che si trovano in difficoltà non chiedono aiuto. L’aspettativa è che nel momento in cui diventi madre sia tutto meraviglioso, e non lo è. Per cui è molto difficile dire: ‘Aspetta, io ho bisogno di aiuto. Non mi sento affatto così meravigliosa come mi hanno detto’.”
Questa è la conseguenza più concreta e più dolorosa di tutto il discorso. L’aspettativa del meraviglioso non solo è falsa come descrizione della maternità reale, è attivamente dannosa, perché crea un silenzio sistematico attorno alla difficoltà concreta che molte madri vivono.
Chi non sta “meravigliosamente” – e sono moltissime – non chiede aiuto perché sente di star fallendo qualcosa che tutte le altre sembrano riuscire a fare senza problema. Non è così. Ma l’isolamento, in quel silenzio, impedisce di scoprirlo. E nello stesso silenzio, molte madri continuano a stare.