Ti sei mai fermato a fare i conti con quante volte, negli ultimi anni, hai pensato “sarò finalmente soddisfatto quando…”? E quella frase, completata in mille modi diversi – quando avrò quel lavoro, quella casa, quel riconoscimento – si è mai davvero realizzata nel modo in cui l’avevi immaginata, oppure il traguardo, una volta raggiunto, ha semplicemente lasciato spazio a un nuovo desiderio? Il filosofo danese Søren Kierkegaard ha descritto questo meccanismo con parole che, a distanza di quasi due secoli, restano scomode quanto attuali.

Una frase che sembra parlare di pane, e invece parla di tutto
“La maggior parte degli uomini vive per avere il pane quotidiano; quando l’ha avuto vive per avere un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche questo, muore.”
A un primo sguardo potrebbe sembrare una riflessione sulla fatica di arrivare a fine mese, o sulla scarsità materiale che spinge le persone a lavorare senza sosta. Ma leggendola con più attenzione, si capisce che il “pane” di Kierkegaard è solo un simbolo, un modo concreto per parlare di qualcosa di molto più ampio: il bisogno costante di avere sempre un po’ di più, un po’ meglio, prima di potersi finalmente considerare soddisfatti.
Il gradino che sposta sempre più in alto l’asticella
C’è una dinamica precisa dietro questo comportamento, ed è più sottile di quanto sembri. Non appena otteniamo ciò che desideravamo, il desiderio non si spegne: si trasforma in qualcos’altro, leggermente più esigente. Chi non aveva un impiego stabile desidera un lavoro qualsiasi. Chi ottiene un lavoro qualsiasi comincia presto a desiderarne uno migliore, meglio retribuito, più prestigioso. E chi raggiunge anche questo, in molti casi, scopre di desiderare ancora qualcos’altro: uno status, un riconoscimento, un’approvazione che sembra sempre appena fuori portata.
È un gradino che si sposta sempre un passo più in alto proprio mentre stiamo per raggiungerlo. E Kierkegaard, con la frase finale – “quando ha ottenuto anche questo, muore” – non sta certo dicendo che la vita si esaurisce nell’attimo esatto in cui otteniamo l’ultimo desiderio. Sta piuttosto suggerendo qualcosa di più inquietante: che intere esistenze possono consumarsi rincorrendo un traguardo sempre spostato più avanti, senza che la persona si accorga mai di essere arrivata, semplicemente perché non smette mai di correre.
Un esempio che forse riconoscerai
Pensa a chi, per anni, associa la propria felicità futura a un singolo evento: la laurea, il matrimonio, la nascita di un figlio, il pensionamento. Ognuno di questi traguardi viene vissuto come la soglia oltre la quale, finalmente, tutto andrà bene. Ma chi ha già attraversato uno di questi momenti sa bene che raramente porta con sé la pace assoluta immaginata prima. La vita, semplicemente, continua a presentare nuove domande, nuove incertezze, nuovi desideri che prendono il posto di quelli appena soddisfatti.
Kierkegaard non condanna questo desiderio di miglioramento; sarebbe assurdo pretendere che le persone smettano di volere una vita migliore. Il suo avvertimento riguarda piuttosto il rischio di perdersi dentro questa corsa, dimenticando che, mentre si insegue il prossimo traguardo, la vita sta comunque accadendo, proprio ora.
Cosa si perde, mentre si rincorre il domani
Il punto più delicato di questa riflessione riguarda tutto ciò che rimane ai margini mentre siamo concentrati sull’obiettivo successivo. Le relazioni che si affievoliscono per mancanza di tempo dedicato. I momenti quotidiani, apparentemente poco significativi, che passano inosservati perché la mente è già proiettata altrove. La capacità di godersi un pomeriggio libero senza sentirsi in colpa per non stare “producendo” qualcosa di utile al prossimo passo.
Non è un invito a smettere di desiderare o di costruire un futuro migliore. È piuttosto un richiamo a non sacrificare interamente il presente sull’altare di una promessa che, per sua stessa natura, continua a rimandarsi.
Imparare a fermarsi, anche solo per un istante
Forse il modo più onesto di leggere questa riflessione di Kierkegaard non è come un invito alla rinuncia, ma come un promemoria: il momento in cui ci si sentirà “finalmente arrivati” potrebbe non esistere mai, proprio perché la natura umana tende sempre a spostare un po’ più in là il traguardo. E allora l’unica alternativa concreta è imparare a trovare qualcosa di valore anche nel tragitto, non solo nella destinazione che continua a sfuggire.
Qualche conisglio per uscire dalla corsa infinita
- Individua un desiderio che porti avanti da tempo e chiediti onestamente cosa cambierebbe davvero, una volta raggiunto. Spesso la risposta rivela che l’obiettivo stesso è meno centrale di quanto sembri, e che la vera inquietudine viene da altrove.
- Fissa, in mezzo ai progetti a lungo termine, dei piccoli traguardi “già raggiunti” da celebrare oggi. Non aspettare l’obiettivo finale per concederti soddisfazione: riconosci anche i passaggi intermedi.
- Nota quando un desiderio appena soddisfatto viene sostituito da uno nuovo entro pochi giorni. Osservare questo schema, senza giudicarlo, aiuta a riconoscerlo la prossima volta che si ripresenta.
- Dedica del tempo, ogni settimana, a un’attività che non produce nulla di misurabile. Una passeggiata senza meta, una conversazione senza scopo pratico: sono proprio queste attività a restituire un contatto diretto con il presente.
- Chiediti, di tanto in tanto, se stai inseguendo un desiderio tuo o uno che hai semplicemente assorbito dal contesto in cui vivi. Non tutti i traguardi che rincorriamo nascono da un bisogno autentico.
Forse la lezione più preziosa che Kierkegaard lascia in eredità non riguarda il “pane” in sé, ma la consapevolezza che nessun traguardo, per quanto ambito, potrà mai da solo colmare un vuoto che si nutre di attesa continua. La vita, quella vera, accade nel frattempo — non dopo.
Leggi anche: Kierkegaard: nessuno al mondo può dirti perché esisti, ma visto che sei qui, lavora per dare un senso alla tua vita