La domanda più grande che l’essere umano si pone non ha risposta garantita, non l’ha mai avuta e probabilmente non l’avrà mai nella forma in cui la si vorrebbe: chiara, definitiva, consegnata da qualcuno che sa. Perché sono qui? Cosa devo fare con questa vita? Qual è il senso di tutto questo? Sono domande che si fanno con urgenza diversa in momenti diversi della vita, e che tornano. Søren Kierkegaard non offre la risposta alla domanda del senso. Offre qualcosa di più onesto e di più utile.

Perché esisti?
“Nessuno al mondo è in grado di dirti perché esisti, ma visto che sei qui, lavora per dare un senso alla tua esistenza.”
La struttura è in due movimenti. Il primo toglie: nessuno può dirti perché esisti. Non il filosofo, non il religioso, non la scienza, non il padre o la madre. Nessuno. Il secondo muove: ma visto che sei qui, lavora. Non aspettare la risposta: crea il senso.
Il primo movimento: nessuno può dirti perché
Kierkegaard non stava negando l’esistenza di Dio o di un significato trascendente, era profondamente e coerentemente religioso, e la fede era al centro della sua filosofia. Stava dicendo qualcosa di radicalmente diverso dall’ateismo: che il senso non può essere consegnato dall’esterno come un pacchetto già pronto e già confezionato, pronto per essere applicato alla propria vita. Che anche se un senso esiste, deve essere incontrato, trovato, scelto e in qualche modo guadagnato dall’individuo nella sua singolarità irriducibile, non semplicemente ricevuto come qualcosa di già fatto.
La risposta di qualcun altro non è la tua risposta, non importa quanto sia autorevole la fonte. Non ti appartiene. Non può diventare tua senza il lavoro di farla propria.
Ricordo molto bene i momenti in cui ho cercato che qualcuno mi dicesse cosa fare, che mi dessero la risposta giusta su cosa fosse davvero importante, quale direzione prendere, come usare il tempo nel modo che avesse senso. Nessuno me lo ha detto. Non perché fossero cattivi o indifferenti verso di me. Perché non potevano. Kierkegaard lo sapeva.
Il secondo movimento: lavora per dare un senso
“Lavora”: non “aspetta che qualcuno te lo dica”, non “scopri passivamente”, non “ricevi dall’esterno”. Lavora. Il senso non si trova passeggiando nella vita nella speranza che appaia spontaneamente in una forma riconoscibile. Si costruisce attivamente con le scelte che si fanno ogni giorno, con il lavoro concreto verso qualcosa di preciso, con l’impegno verso qualcosa che si è deciso di fare propria nonostante l’assenza di garanzie esterne che confermino che sia giusto.
Questo è il paradosso produttivo che Kierkegaard propone: di fronte all’assenza di un senso già garantito e già consegnato dall’esterno, la risposta non è il nichilismo né la paralisi, ma il lavoro. Non perché il senso esista già là fuori in attesa di essere trovato, ma perché il lavoro stesso di darsi un senso è, per Kierkegaard, il senso.
La responsabilità come libertà
Quello che Kierkegaard sta descrivendo con questa frase è una forma di libertà radicale che ha come rovescio necessario una responsabilità altrettanto radicale. Se nessuno può dirti perché esisti – se quella risposta non può arrivare dall’esterno in modo definitivo – allora sei tu il principale responsabile dell’esistenza che costruisci giorno per giorno, con le scelte grandi e con quelle piccole. Quella responsabilità non è un peso aggiuntivo da portare sopra a tutto il resto: è la condizione stessa di possibilità di una vita che si può chiamare davvero autentica.
Søren Kierkegaard è stato un filosofo danese del XIX secolo, nato nel 1813 e morto nel 1855, considerato il padre dell’esistenzialismo, autore di opere fondamentali come Aut-aut, Il concetto dell’angoscia, Timore e tremore e molti altri testi in cui ha esplorato il rapporto tra l’individuo, l’esistenza, la scelta e la fede con un’acutezza e una profondità che hanno cambiato irreversibilmente la filosofia europea. Scriveva spesso sotto pseudonimo per esplorare diverse prospettive esistenziali.