Cicerone ha dedicato buona parte della sua opera a una domanda che ancora oggi non ha smesso di tormentarci: come si fa a stare bene quando la vita non va come volevamo? La risposta che dà – riprendendo Aristotele e fondendola con la propria visione stoica – è più precisa e più utile di quanto sembri a prima lettura. Alla fine dell’articolo troverai anche un elenco di atteggiamenti concreti per smettere di sentirti sfortunato e affrontare la vita con più serenità.

C’è una scena che molti conoscono bene: sei in ritardo per qualcosa di importante, l’auto non parte, il telefono scarico, la connessione assente. E in quel momento arriva, quasi automatica, la frase: “capitano tutte a me!” È un pensiero che sembra descrivere la realtà, ma in realtà la distorce. E Cicerone – che di disgrazie ne aveva vissute parecchie, dall’esilio alle perdite familiari fino alla morte violenta – lo sapeva meglio di chiunque altro.
Il problema con l’idea di essere sfortunati non è che sia falsa in assoluto. Il problema è il salto logico che la sostiene: prendere un evento eccezionale e trasformarlo in una condizione permanente, in un’identità. “Oggi è andata male” diventa “a me va sempre male”. “Questo non ha funzionato” diventa “niente funziona mai per me”. Aristotele, che Cicerone aveva letto e meditato a lungo, lo aveva già notato nella Fisica: la sfortuna esiste, ma è “un’eccezione accidentale”, non una forza ostile che si accanisce su di noi. Il caso può determinare ciò che ci capita. Non determina chi siamo.
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C’è poi una trappola più sottile, che Aristotele chiama la trappola del “quasi quasi”: ciò che ci ferisce di più non è il danno in sé, ma la sensazione di essere stati vicinissimi a un risultato diverso. Se l’auto fosse partita cinque minuti prima. Se il volo non fosse stato cancellato. Se la prenotazione non fosse sparita. Questa vicinanza immaginaria al successo rende la sconfitta molto più dolorosa di quanto sarebbe se l’esito ci sembrasse inevitabile. E più ci concentriamo su questo “quasi quasi”, più il risentimento cresce, non verso la situazione, ma verso noi stessi, verso il destino, verso il mondo intero.
Cicerone risponde a tutto questo con un’immagine che viene dall’Etica Nicomachea di Aristotele ma che lui fa propria: quella del calzolaio e del generale. Il buon calzolaio non sceglie il cuoio che gli viene dato. Se il materiale è difettoso, non si lamenta davanti al banco: studia le pieghe, adatta il taglio, ricava comunque la calzatura migliore possibile. Il cattivo artigiano, invece, resta paralizzato dall’ideale della scarpa perfetta e non riesce a fare nulla con ciò che ha. Allo stesso modo, il buon generale non sceglie la nebbia, il terreno sfavorevole o la superiorità numerica del nemico. Li prende come dati e riorganizza le truppe di conseguenza, traendo il massimo vantaggio anche da una posizione svantaggiata.
L’immagine è precisa perché non è consolatoria nel senso banale. Non dice che andrà tutto bene. Non promette che la sorte cambierà. Dice qualcosa di molto più concreto: la materia prima che la vita ci dà non è sotto il nostro controllo, ma quello che ne facciamo sì. E questa distinzione – tra ciò che accade e ciò che facciamo di ciò che accade – è esattamente la distinzione che Cicerone, riprendendo lo stoicismo, pone al centro di tutto il suo pensiero sulla serenità.
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Nell’Etica Nicomachea, Aristotele scrive:
“L’uomo veramente buono e saggio sopporta tutte le vicende della sorte con decoro e, tra le azioni possibili, compie sempre le migliori.”
Non perché sia insensibile al dolore – e qui sta il punto che molti fraintendono – ma perché ha sviluppato una postura interiore, una stabilità di carattere, che gli impedisce di essere travolto dall’idea di essere perseguitato dalla sfortuna. La “nobiltà d’animo”, come la chiama Aristotele, non è indifferenza: è la capacità di sopportare anche le grandi sventure senza che esse ridefiniscano la propria identità.
Cicerone, che scrisse il De Finibus e le Tusculanae Disputationes proprio per rispondere alla domanda su come si vive bene nonostante le avversità, traduce tutto questo in qualcosa di molto pratico: non si può deliberare sul passato, non si può deliberare sul caso. Si può deliberare solo su ciò che è possibile fare adesso, con ciò che si ha. Il pensiero “sono sfortunato” è, in questo senso, non solo inutile ma controproducente: consuma energia che potrebbe essere usata per agire, e ci incolla a una narrazione di impotenza che non corrisponde a nessuna realtà verificabile.
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La serenità che Cicerone cerca – e che descrive come il fine ultimo della filosofia pratica – non è un’assenza di dolore. È la capacità di stare nel dolore senza farsi definire da esso. Di guardare a ciò che è andato storto senza concludere che il mondo ce la ha con noi. Di usare quello che si ha, anche quando non è quello che si voleva.
Come smettere di pensare di essere sfortunati: atteggiamenti concreti
Sentirsi sfortunati è un’abitudine mentale, non una descrizione fedele della realtà. Ecco come cambiarla:
- Distinguere l’evento dalla narrazione. Quello che è successo è un fatto. Che tu sia perseguitato dalla sfortuna è un’interpretazione. Imparare a tenere separate le due cose è il primo passo per uscire dal circolo del risentimento.
- Smettere di usare “sempre” e “mai”. Le generalizzazioni estreme (“mi va sempre male”, “non funziona mai niente”) sono il meccanismo con cui trasformiamo un episodio in un’identità. Usare parole più precise – “oggi è andata male”, “questa volta non ha funzionato” – riduce il peso emotivo della situazione.
- Chiedersi cosa si può fare adesso. Come il calzolaio di Aristotele, la domanda utile non è “perché mi è capitato questo” ma “cosa faccio con ciò che ho”. Spostare l’attenzione dal perché al come è il gesto pratico che Cicerone descrive come fondamentale.
- Ridimensionare il “quasi quasi”. La sensazione di essere stati vicinissimi a un risultato diverso amplifica il dolore. Ricordare che quella vicinanza è in buona parte una costruzione mentale aiuta a non darle troppo peso.
- Allenare la tolleranza all’imprevisto. Chi si sente sfortunato spesso ha aspettative molto rigide su come le cose debbano andare. Abituarsi a considerare l’imprevisto come parte ordinaria della vita – non come un’eccezione ostile – cambia radicalmente il modo in cui lo si vive.
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