Andrea Camilleri ha scritto romanzi, ma ha anche lasciato riflessioni sulla vecchiaia di una precisione rara, quella di chi la vecchiaia la stava vivendo dall’interno, non descrivendo da fuori. La citazione sul tempo che segue è una di quelle che non si dimenticano subito. Alla fine dell’articolo troverai anche un elenco di modi per accettare che, da anziani, il tempo vada avanti indipendentemente da noi.

“In gioventù percepisci il tempo come un’entità astratta, nella maturità acquisti la nozione di un tempo in qualche modo collegato concretamente al tuo esistere, nella vecchiaia raggiungi la consapevolezza che il tempo è un flusso continuo che scorre al di fuori di te.”
Ci sono poche frasi in lingua italiana che descrivono così bene il cambiamento che avviene dentro di noi rispetto al tempo nel corso della vita. Non è una descrizione filosofica astratta: è una fenomenologia dell’esperienza concreta, densa della vita che Camilleri aveva dietro di sé quando la scrisse. E come tutte le osservazioni vere, non consola nel senso facile del termine: dice qualcosa che fa male riconoscere, e proprio per questo rimane.
In gioventù il tempo è lontano da noi. Non nel senso che abbondi – spesso si ha l’impressione di non averne abbastanza – ma nel senso che non lo si sente legato alla propria carne. È qualcosa che scorre intorno, che si misura con gli orologi e i calendari, ma che non tocca davvero il senso di sé. Un ragazzo di vent’anni sa che esiste il futuro, sa che un giorno sarà vecchio, ma lo sa nel modo in cui sa che esistono le stelle: come un fatto reale ma remotissimo, che non modifica il modo in cui si cammina per strada. Il tempo è astratto perché la propria fine lo è; perché il corpo non la registra ancora come qualcosa di concreto.
Leggi anche: 6 frasi di Schopenhauer sulla vecchiaia che ti fanno vedere il tempo che passa con occhi completamente diversi
Nella maturità qualcosa cambia. Non d’improvviso ma lentamente, attraverso le perdite che si accumulano, le fatiche che durano più a lungo, le mattine in cui ci si sveglia con qualcosa che prima non c’era. Il tempo smette di essere astratto e diventa personale. Si capisce che è connesso al proprio esistere, che le ore non sono unità intercambiabili, che certe stagioni non torneranno, che le scelte hanno un costo reale perché il tempo che costano non viene restituito. La persona di cinquant’anni non vive il tempo come quella di venti: lo gestisce, lo pesa, lo investe. È diventato qualcosa di concreto.
Ma è nella vecchiaia, dice Camilleri, che accade la cosa più difficile. E la più definitiva. Il tempo smette di essere collegato al proprio esistere; smette di essere una risorsa che si possiede, per quanto limitata, e diventa qualcosa di esterno. Un flusso che continua, che non si ferma, che non aspetta. Si guarda il mondo che cambia e si ha la sensazione che stia succedendo da qualche parte in cui si partecipa sempre meno. I più giovani prendono posto, le cose si trasformano, la vita continua nella sua intensità, e tutto questo accade un po’ fuori da noi, come un fiume che si guarda dalla riva anziché dentro cui si nuota.
Leggi anche: La vecchiaia arriva all’improvviso come la neve: un mattino, al risveglio, è tutto bianco. Una frase di Jules Renard
Questa sensazione non è depressione, e Camilleri non la descrive come tale. È una consapevolezza: la presa d’atto che il mondo non dipende dalla nostra presenza, che girava prima di noi e girerà dopo, che il flusso del tempo è indifferente, non nel senso ostile del termine, ma nel senso letterale: non tiene conto di noi, non ci aspetta, non rallenta per darci il tempo di finire quello che stavamo dicendo.
C’è qualcosa di liberatorio, nascosto in questa consapevolezza, anche se ci vuole tempo per trovarlo. Quando il tempo non è più “nostro” da gestire, da ottimizzare, da riempire nel modo giusto, rimane qualcosa di più semplice: il presente. La conversazione che si sta avendo, il pasto che si sta gustando, la luce che entra da una finestra. Non perché si sia diventati filosofi zen, ma perché il futuro si è fatto corto e il passato è diventato vastissimo, e tra i due il presente è l’unico posto in cui si può ancora stare davvero.
Camilleri ha continuato a scrivere fino a tarda età, con una disciplina e un’energia che molti più giovani non avrebbero. Non perché non sentisse il peso degli anni – lo sentiva, e lo diceva – ma forse proprio perché aveva capito che il tempo che scorre al di fuori di noi non è quello che ci definisce. Ci definisce quello che facciamo mentre scorre.
Come accettare che, da anziani, il tempo vada avanti senza di noi
Riconoscere che il tempo scorre indipendentemente da noi non è una resa: è l’inizio di un rapporto più onesto con la vita. Ecco come fare:
- Smettere di misurarsi col passato. Confrontare il proprio ritmo attuale con quello di vent’anni fa è un esercizio inutile e crudele. Il metro cambia con l’età, e accettarlo è il primo passo per trovare il valore di quello che si è adesso.
- Abitare il presente invece di inseguire il futuro. Quando l’orizzonte temporale si accorcia, il presente guadagna peso. Questo non è una perdita: è un’occasione per stare dentro le cose con un’attenzione che la fretta degli anni centrali non permetteva.
- Trovare un’ancora nel fare, non nell’avere. Ciò che si produce, si crea, si regala rimane, anche quando il tempo scorre oltre. Un libro letto, una conversazione tenuta, un giardino curato: sono modi di lasciare un segno nel flusso, non di fermarlo.
- Accettare di guardare il fiume dalla riva. Non come sconfitta, ma come un punto di vista diverso. Chi guarda vede cose che chi nuota non può vedere. L’esperienza accumulata è una forma di conoscenza che non si acquista in altro modo.
- Parlare del tempo che passa invece di tacerlo. La consapevolezza che il tempo scorra senza aspettarci diventa meno pesante quando si condivide con chi ci è vicino, soprattutto con chi è più giovane. Camilleri lo ha fatto con la scrittura. Ognuno trova il proprio modo.