Hai mai sentito qualcosa di molto preciso dentro di te – una sensazione netta, forte, inequivocabile – a cui non sei riuscito a dare un nome? Non perché non volessi, ma perché la parola giusta non c’era, o non la trovavi, e quella cosa restava lì, vaga e sfuggente, come un oggetto nella nebbia che sai di vedere ma non riesci ad afferrare? Gianrico Carofiglio ha scritto una frase che spiega esattamente cosa succede in quel momento. Non è una frase sulla letteratura, non è un elogio accademico della cultura. È una frase sulla tua mente, su come funziona, su cosa puoi pensare e gestire e comunicare, e su cosa ti sfugge, quando le parole mancano. È una delle frasi più concrete e più utili che tu possa portarti dietro.

Hai le parole per chiamare le cose?
“Le cose esistono solo se hai le parole per chiamarle.”
Questa frase è filosoficamente densa e allo stesso tempo concretissima nella vita di ogni giorno. Non dice “le parole descrivono le cose”, quello sarebbe ovvio, quasi banale. Dice qualcosa di molto più radicale e più preciso: le cose esistono soltanto se hai le parole per chiamarle. Non le parole per comunicarle agli altri. Le parole per chiamarle a te stesso, per nominarle dentro la tua mente.
Senza quelle parole non c’è solo incapacità di spiegare quello che senti. Non c’è la cosa stessa, almeno non nella forma in cui può essere pensata con chiarezza, gestita con consapevolezza, condivisa con qualcuno che ti sta vicino.
La lingua come struttura del pensiero
Il filosofo Ludwig Wittgenstein aveva scritto qualcosa di molto vicino a questa idea: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Non stava dicendo che fuori dal linguaggio non esiste niente di reale. Stava dicendo qualcosa di più preciso: quello che puoi pensare, elaborare, fare con la realtà è definito dalle parole che hai a disposizione. Il linguaggio non fotografa il mondo, lo struttura.
Carofiglio lo porta nell’esperienza quotidiana di chiunque, senza tecnicismi. Se non hai una parola per un’emozione che senti in modo chiaro ma indefinito, quella emozione esiste come sensazione vaga e sfuggente, difficile da maneggiare, quasi impossibile da comunicare. Ma nel momento in cui trovi il nome – “questa cosa si chiama risentimento”, “questa cosa si chiama malinconia”, “questa cosa si chiama ambivalenza” – la cosa prende forma precisa. Diventa qualcosa che puoi guardare, capire nella sua struttura, e scegliere consapevolmente cosa farne. Nominarla è già, in parte, governarla.
Le parole come atto di cura
Carofiglio è un ex magistrato, e sa meglio di chiunque che le parole costruiscono verità con conseguenze concrete e spesso irreversibili sulle vite delle persone. Trovare la parola giusta non è un esercizio estetico da persone raffinate. È un atto di cura profonda, verso te stesso e verso gli altri.
Chi parla con precisione non è chi usa parole difficili o ricercate. È chi sa scegliere la parola che corrisponde esattamente a quello che vuole dire, che corrisponde alla cosa con fedeltà. E quella corrispondenza – tra la parola e la cosa, tra il nome e il fenomeno – è la condizione perché la comunicazione avvenga davvero. Perché ci si capisca davvero. Perché quello che senti arrivi all’altro senza perdersi nel mezzo.
Cosa si guadagna avendo le parole
La frase di Carofiglio non è un invito a leggere di più o a imparare vocaboli difficili. È un argomento pratico su come funziona la tua mente. Avere le parole per nominare quello che provi significa poterci riflettere in modo più preciso e meno confuso. Significa poterlo dire agli altri con meno fraintendimenti. Significa poter scegliere consapevolmente cosa fare con quella cosa, invece di subirla come una nebbia che non riesci a mettere a fuoco.
Le parole, in questo senso, non descrivono solo la realtà. La rendono governabile.
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