C’è un momento in cui la vita smette di sembrare una scelta pienamente autonoma e inizia ad apparire come il risultato di modelli assorbiti nel tempo. È da qui che prende avvio la riflessione di Umberto Galimberti, a partire da una frase di Friedrich Nietzsche che continua a interrogare: “Diventa ciò che sei”. Una formula semplice solo in apparenza, che apre invece una domanda sull’identità, perché ciò che viene messo in discussione non è soltanto chi si è, ma il modo in cui si è arrivati a esserlo.

Chi sei tu?
Ci sono frasi che non si esauriscono quando vengono lette, ma continuano ad agire nel tempo, come se trovassero senso solo nella continua riflessione. È in questa dimensione più intima dell’esperienza che si inserisce il pensiero di Umberto Galimberti, quando riprende una delle intuizioni più radicali di Friedrich Nietzsche: “Diventa ciò che sei”. Galimberti la chiarisce così:
“Nella nostra vita noi continuiamo a seguire modelli, che sono necessari perché si cresce per processi imitativi. I bambini crescono perché vedono, imitano, ma poi bisogna staccarsi da questa imitazione e diventare quello che propriamente si è.”
In queste parole non c’è soltanto una descrizione dello sviluppo umano, ma una chiave più profonda per comprenderne la condizione: si nasce nell’imitazione, immersi nei modelli altrui, ma si è chiamati a superarli per arrivare a ciò che, al di sotto di tutto ciò che si apprende, si è davvero.
I modelli che costruiscono e imprigionano
L’essere umano non comincia mai da sé stesso. All’inizio è uno sguardo che si forma attraverso altri sguardi, una presenza che prende consistenza da ciò che osserva e da ciò che riceve. Il bambino impara a parlare imitando, a comportarsi riproducendo, perfino a desiderare ciò che gli adulti indicano come desiderabile. In questa fase originaria l’identità è sempre riflessa, ma ciò che rende possibile la crescita può diventare, in futuro, anche una forma di vincolo.
Con il passare del tempo, non si tratta più soltanto di imitare comportamenti visibili. L’imitazione diventa selezione: entra nei criteri con cui si giudica la propria vita. Non si copia più solo ciò che si fa, ma ciò che “vale la pena essere”. Si interiorizzano gerarchie sociali, idee di successo, immagini di felicità considerate legittime. L’individuo non segue più soltanto modelli esterni: li assume come misura interna.
È qui che il processo si complica, perché quando il metro di giudizio coincide con quello degli altri, anche il desiderio perde la sua origine immediata. Si finisce per volere ciò che è già stato riconosciuto, per inseguire ciò che garantisce legittimazione. Eppure, proprio in questa coerenza perfetta con l’esterno, può insinuarsi una forma di estraneità interiore: una vita corretta, ma non sempre vissuta come propria.
Come liberarti?
A un certo punto, però, questa costruzione inizia a incrinarsi. Non sempre attraverso eventi evidenti, ma per dettagli quasi impercettibili. In questi momenti non è solo la vita a essere messa in discussione, ma il modo stesso in cui la si è raccontata fino a quel punto.
Che cosa resta, allora, quando vengono sospese le categorie con cui si è sempre interpretata l’esistenza? Quando non si parla più di successo, fallimento, ruolo, aspettativa? La forza della frase di Nietzsche emerge proprio qui: non indica una direzione, ma disinnesca le spiegazioni abituali, obbligando a confrontarsi con qualcosa di meno definito e più nudo.
Il conflitto non riguarda più soltanto la scelta tra imitazione e autenticità, ma il modo in cui si regge lo sguardo su di sé. Da una parte c’è la sicurezza delle definizioni ricevute, dall’altra la perdita di appigli interpretativi.
Come diventare ciò che si è?
“Diventa ciò che sei” non è una promessa di felicità, anzi, forse è la prova più difficile da affrontare nella propria vita. In fin dei conti, è un compito esistenziale che attraversa tutta l’esistenza. Non indica un traguardo, bensì un movimento continuo, fatto di sottrazioni e ripensamenti. Significa distinguere ciò che si è assorbito dall’esterno da ciò che nasce da una necessità più profonda. E questo passaggio non è mai lineare: richiede tempo, crisi, dolore, scelte difficili, attraversamenti, solchi, inciampi, sofferenze.
Non devi costruirti da zero, ma di liberarsi gradualmente di ciò che è mera imitazione, come se l’essere umano, quello vero, fosse una forma nascosta sotto strati di modelli, aspettative, adattamenti. Diventare sé stessi significa soprattutto togliere, non aggiungere. Significa scoprirsi.
Alla fine non resta una risposta, ma una consapevolezza che continua a interrogare: quanta parte della propria vita è stata vissuta per imitazione e quanta per necessità interiore? Non è un bilancio morale, ma un esercizio di verità. È nello scarto tra ciò che si è diventati e ciò che si è che si apre la possibilità più concreta – e più difficile – di esistere davvero.
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