Ci spogliamo solo con chi ci ha già denudato nell’anima e ci ha mostrato la nostra pazzia: le frasi di Galimberti

Umberto Galimberti parla di eros, di psiche e di pazzia con la stessa lucida chiarezza con cui parla di Heidegger o di Nietzsche. E con la stessa capacità di toglierti il terreno sotto i piedi, di farti riconsiderare qualcosa che credevi di capire. Questa sequenza sull’amore fisico e sulla dimensione psichica profonda dell’amore è forse la più radicale e la più originale che abbia mai sviluppato e articolato in pubblico.

frasi di Galimberti

La pazzia che l’altro ci rivela

“Io per accedere alla mia pazzia ho bisogno dell’altro, che me la rispecchi, che me la riveli, che mi scopra. E quando per fare l’amore ci si spoglia, è perché siamo già stati spogliati, già visti, già denudati, già catturati nell’anima, in psiche.”

Il nudismo fisico viene sempre dopo, e questo rovescia completamente la sequenza che di solito si immagina. Prima c’è un’altra forma di esposizione molto più radicale, quella in cui l’altro ti ha visto nel tuo caos interiore, nelle tue contraddizioni interne, in quello che di solito nascondi anche a te stesso. Solo dopo quella visione – quella denuncia nell’anima, quella cattura in psiche – il corpo può seguire con naturalezza e senza estraneità.

Chi si spoglia prima di essere stato visto così sta facendo qualcosa che assomiglia all’amore nella forma, ma non lo è nella sostanza. È un gesto corporeo senza il corrispettivo psichico necessario. Fa qualcosa che assomiglia all’amore, ma è altro: fa altro.

Il pudore vero

“Il pudore non è una faccenda di vesti, sottovesti, mutande e cose di questo genere. Il pudore è ciò per cui io non faccio l’amore con tutti.”

Il pudore come lo intende Galimberti non è la modestia convenzionale del corpo, è la selettività profonda dell’anima. Non faccio l’amore con tutti non perché abbia un pudore fisico legato al corpo in sé, ma perché non tutti hanno visto la mia pazzia, non tutti mi hanno catturato in psiche. Il corpo si può esporre liberamente solo dove l’anima è già stata vista e accolta per quello che è, senza giudizio, senza correzione.

L’attrazione come rispecchiamento

“Siamo affascinati da chi ce la fa vedere, la nostra pazzia. E cosa si dicono quando due persone fanno l’amore? ‘Mi fai impazzire’, ‘con te perdo la testa’.”

Le frasi dell’eros non sono casuali, vengono da qualcosa di vero che la lingua ha catturato senza saperlo analizzare. “Mi fai impazzire” non è un’iperbole romantica, è una descrizione molto precisa di quello che accade psichicamente. L’altro ci avvicina alla nostra dimensione irrazionale, a quella parte di noi che di solito teniamo sotto controllo con grande fatica. E siamo profondamente attratti da chi riesce a farlo, perché attraverso quella persona specifica possiamo scendere in noi stessi in modo sicuro, accompagnati invece di soli.

La pazzia ha bisogno di una guida

“La pazzia è molto più potente della ragione e non è mica detto che se io da solo vado nella mia pazzia, poi posso riemergere.”

Questa è la più profonda delle quattro, e forse la più onesta sul rischio reale dell’intimità. La pazzia – intesa non come malattia, ma come il nostro inconscio più profondo, la nostra parte irrazionale, creativa, oscura e viva – è pericolosa da esplorare da soli. Senza una guida, senza qualcuno che ti tenga, si può scendere e non trovare la via di risalita.

L’altro, in questo senso, non è solo un oggetto del desiderio, è la corda che ti tiene ancorato mentre esplori gli strati più profondi di te stesso. È la guida che ti accompagna nell’abisso e che ti aiuta a tornare. L’amore fisico, in questa lettura galimbertiana, è la forma più coraggiosa di esplorazione interiore che esista, non nonostante la vulnerabilità che richiede, ma proprio grazie a essa.

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