Le frasi di Oriana Fallaci sulla guerra che ti spiegano perché non dovresti mai accettare certe cose in silenzio

Oriana Fallaci non era il tipo da stare zitta. Non era il tipo da accettare, da rassegnarsi, da trovare il lato diplomatico delle cose quando non ce n’era uno. Era il tipo che intervistava Kissinger, Gheddafi, Khomeini e li metteva alle corde con domande che nessun altro osava fare. Era il tipo che andava sul campo di battaglia – in Vietnam, in Medioriente, in Iran – con il taccuino e l’ostinazione di chi crede che la verità abbia il diritto di essere raccontata, qualunque sia il prezzo.

E quando parlava di guerra, lo faceva con un’autorità che pochissimi scrittori del Novecento possono vantare: l’autorità di chi c’era. Chi aveva visto i giovani morire. Chi aveva sentito l’odore della morte. Chi aveva guardato negli occhi i potenti che quelle morti le ordinavano, e li aveva interrogati senza tremare. Le sue frasi sulla guerra non sono riflessioni di uno studio. Sono testimonianze. E come tali, bruciano.

frasi di Oriana Fallaci sulla guerra

La dignità dell’uomo frantumata dalla guerra ingiusta

Quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.”

Questa frase, tratta da Niente è così sia – il reportage scritto durante la guerra del Vietnam – è il punto di partenza di tutto il pensiero di Oriana Fallaci sulla guerra. Non si limita a dire che la guerra fa male: dice che frantuma la dignità. La parola è scelta con cura. La dignità è ciò che ci rende umani. Non il corpo, non la vita biologica; la dignità. Ciò che ci distingue dagli animali, ciò che ci permette di guardarci allo specchio.

E poi quella distinzione – “quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta” – è rivelatrice. Oriana Fallaci non era un’assoluta pacifista. Sapeva che esistono guerre necessarie, difensive, giuste. Ma la guerra ingiusta — quella combattuta per interessi economici, per ambizioni imperiali, per ideologie che usano gli esseri umani come materiale grezzo — quella non produce nessun bene. Solo frantumi. Di corpi e di anime.

Quando la pace diventa suicidio

Quando in nome della pace si cede alla prepotenza, alla violenza, alla tirannia, quando in nome della pace ci si rassegna alla paura, si rinuncia alla dignità e alla libertà, la pace non è più pace. È suicidio.”

Questa frase è la più scomoda del catalogo di Oriana Fallaci, e quella che più divide. Perché va contro un certo tipo di pacifismo che confonde la resa con la nonviolenza, l’acquiescenza con la saggezza. La Fallaci aveva visto cosa succede quando le democrazie cedono per amore di pace: aveva studiato come Hitler aveva avanzato senza trovare resistenza finché non era troppo tardi. E tutta la sua vita era stata un lungo no a quella logica.

Questo non significa che Orina Fallaci amasse la guerra. Significa che amava la libertà di più. E sapeva – per esperienza diretta, non per teoria – che la libertà si perde in silenzio, per piccole rinunce progressive, per ogni volta che si dice: questa cosa è sbagliata ma non vale la pena combatterla. L’indifferenza, per lei, non era neutralità: era complicità.

La guerra è inutile: i giovani mandati a morire come vacche

Sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre.”

Detto da chi era andata in guerra di persona, questa frase ha un peso diverso rispetto a quando la dice chi non ha mai lasciato il salotto di casa. Oriana Fallaci aveva visto i giovani morire. Li aveva visti a diciotto, vent’anni, senza capire bene perché si trovassero lì, senza sapere per quale interesse stessero sacrificando la loro vita. E quella vista non l’aveva mai abbandonata.

La sua rabbia non era contro i soldati, per loro aveva rispetto e compassione profondi. Era contro il sistema che li mandava a morire: i politici che dichiaravano guerre da dietro le scrivanie, gli ideologi che sacrificavano vite umane per le proprie teorie, i burocrati che calcolavano perdite accettabili come si calcolano i costi di produzione. Quella disumanizzazione della morte – quella trasformazione degli esseri umani in numeri, in statistiche, in materiale grezzo – era per la Fallaci l’essenza di tutto ciò che va combattuto.

L’abitudine alla rassegnazione: il meccanismo che consente l’ingiustizia

L’abitudine genera rassegnazione. La rassegnazione genera apatia. L’apatia genera inerzia. L’inerzia genera indifferenza.”

Questa catena causale è forse la più lucida e la più urgente di tutto il pensiero di Oriana Fallaci. Non parla esplicitamente di guerra, ma descrive il meccanismo che rende la guerra possibile, e che rende possibile ogni forma di ingiustizia: l’abitudine a ciò che è sbagliato, la rassegnazione progressiva, l’apatia come stile di vita, l’indifferenza come corazza.

Oriana Fallaci aveva visto questo meccanismo all’opera nelle dittature, nei regimi, nelle società che scivolano verso la tirannia non in un giorno solo ma gradualmente, per mille piccole acquiescenze quotidiane. E lo vedeva all’opera anche nelle democrazie, dove l’indifferenza del cittadino è il miglior alleato del potere che abusa. Non a caso la sua opera finale – La rabbia e l’orgoglio, scritta dopo l’undici settembre – era un grido contro questa indifferenza, un appello al coraggio di reagire, di non accettare, di non tacere.

Perché non bisogna tacere: la lezione di Oriana Fallaci

Allora perché non bisogna mai accettare certe cose in silenzio? Perché il silenzio, per Oriana Fallaci, non era mai neutro. Era sempre una scelta. E quasi sempre era la scelta sbagliata. Il silenzio di fronte alla guerra ingiusta è complicità. Il silenzio di fronte alla prepotenza è resa. Il silenzio di fronte alla distruzione della dignità umana è, per usare la sua parola, suicidio.

Non si tratta di essere bellicosi o aggressivi. Si tratta di essere presenti, consapevoli, capaci di indignarsi quando c’è qualcosa di cui indignarsi. Si tratta di non lasciare che l’abitudine alla rassegnazione ci trasformi in spettatori passivi di ciò che non va. La Fallaci non chiedeva a nessuno di diventare un eroe. Chiedeva solo di non fingere di non vedere.

Chi era Oriana Fallaci

Oriana Fallaci (Firenze, 1929 – Firenze, 2006) è stata una delle giornaliste e scrittrici italiane più note al mondo. Corrispondente di guerra per L’Europeo, coprì i conflitti in Vietnam, in Medioriente, nel subcontinente indiano.

Le sue interviste con i potenti del mondo – da Kissinger a Gheddafi, da Indira Gandhi a Yasser Arafat – sono considerate capolavori del giornalismo del Novecento. Tra le sue opere principali: Niente è così sia, Lettera a un bambino mai nato, Un uomo (dedicato ad Alekos Panagulis), La forza della ragione e La rabbia e l’orgoglio.

Ha ricevuto numerosi premi internazionali. È morta a Firenze nell’agosto del 2006, dopo aver combattuto per anni contro il cancro con la stessa caparbietà con cui aveva affrontato tutto il resto.

Frasi di Oriana Fallaci sulla guerra

  1. Quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.”
  2. Quando in nome della pace si cede alla prepotenza, alla violenza, alla tirannia, quando in nome della pace ci si rassegna alla paura, si rinuncia alla dignità e alla libertà, la pace non è più pace. È suicidio.”
  3. Sono qui per provare qualcosa in cui credo: che la guerra è inutile e sciocca, la più bestiale prova di idiozia della razza terrestre.”
  4. L’abitudine genera rassegnazione. La rassegnazione genera apatia. L’apatia genera inerzia. L’inerzia genera indifferenza.”

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