Il 28 agosto 1963, davanti al Lincoln Memorial, Martin Luther King ha in mano un discorso scritto, rivisto, provato. Erano centinaia di migliaia le persone radunate per la Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà, e milioni guardavano da casa. Un testo politico, misurato, pensato per un momento storico che tutti sapevano già enorme. Poi, a un certo punto, King smette di leggerlo. E il discorso che il mondo ricorda – quello con “I have a dream” – non è mai stato scritto prima di quel momento, in nessuna pagina.

Di chi era la voce dietro Martin Luther King e cosa gridava
Chi ha lavorato al testo insieme a Martin Luther King lo racconta ancora oggi con precisione chirurgica. Clarence Jones, l’avvocato e consigliere che aveva contribuito a scrivere il discorso nei giorni precedenti, era a circa quindici metri da lui quel giorno. Ha raccontato che, mentre King leggeva le sue note preparate, una voce alle sue spalle ha gridato: “Tell them about the dream, Martin! Tell them about the dream” (“Parla loro del sogno, Martin”). Era Mahalia Jackson, la cantante gospel che aveva già cantato prima del suo discorso, seduta sul palco dietro di lui.
Martin Luther King l’aveva già sentita cantare decine di volte, e la conosceva da anni: si erano incontrati per la prima volta nel 1956, ad Alabama, durante il boicottaggio degli autobus di Montgomery, uno degli episodi che avevano dato origine al movimento per i diritti civili. Jones ha descritto così quel momento:
“Se fosse stato chiunque altro a gridare qualcosa, penso che sarebbe rimasto spiazzato. Non sono sicuro che si sarebbe allontanato dal testo. Ma Mahalia Jackson era la sua cantante gospel preferita. Quando ha parlato lei, è stato quasi un mandato a cui rispondere.”
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Il gesto che i filmati dell’epoca mostrano ancora oggi
Nei filmati del discorso si vede chiaramente il momento: Martin Luther King guarda verso Mahalia Jackson, poi prende il testo scritto e lo sposta sul lato sinistro del leggio. Da quel punto in poi, non guarda più le pagine. La sua voce cambia registro – da conferenziere a predicatore battista, come lo ha descritto Jones, che si trovava a circa quindici metri di distanza e osservava tutto:
“Ho detto a chi mi stava vicino: questa gente non lo sa, ma sta per andare in chiesa.”
Lo ha detto perché aveva visto il linguaggio del corpo di King cambiare: da chi tiene una conferenza, a chi predica.
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Perché proprio quella parola, “sogno”, e perché proprio in quel momento
Non era la prima volta che Matin Luther King parlava di un sogno. Circa due mesi prima, il 23 giugno 1963, durante la Walk to Freedom di Detroit, aveva già usato quel tema in un discorso pubblico davanti a decine di migliaia di persone. Jones ha ipotizzato più volte che fosse proprio questo il riferimento che Mahalia Jackson aveva in mente quando ha gridato quella frase: lo aveva sentito parlare di sogno altrove, e sapeva che in lui c’era ancora, pronto a uscire in un momento come quello.
Quello che è arrivato dopo il grido di Mahalia Jackson – “Anche se affrontiamo le difficoltà di oggi e di domani, io ho ancora un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno americano…” – non era su nessuna pagina. King lo ha definito, in seguito, come aver afferrato “il primo slancio oratorio” che gli è venuto in quel momento. Da lì in avanti, ha costruito l’anafora che ancora oggi tutti riconoscono, ripetendo “I have a dream” otto volte, ognuna seguita da un’immagine diversa del futuro che immaginava per il paese.
Cosa resta oggi di quel gesto imprevisto
Il discorso, con la sua parte improvvisata, è stato definito da storici e studiosi della retorica pubblica come tra i più importanti mai pronunciati in lingua inglese. In un sondaggio del 1999 tra studiosi di comunicazione pubblica, è stato classificato come il miglior discorso americano del ventesimo secolo. Lo storico Jon Meacham ha scritto che, con quella singola frase, King si è unito a Jefferson e Lincoln tra gli uomini che hanno dato forma all’America moderna.
Ma la parte più raccontata – quella con l’anafora “I have a dream” ripetuta più volte, quella che tutti citano ancora oggi sui social e nei discorsi ufficiali – non era nel copione che King aveva davanti quella mattina. Era il risultato di una voce che ha interrotto un uomo mentre leggeva, di quell’uomo che ha scelto di ascoltarla invece di ignorarla, e di un pubblico che, in quel preciso istante, senza saperlo, stava davvero per entrare in chiesa.
Ecco la parte che Martin Luther King recitò a braccio:
“Io ho un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!
Io ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli esseri viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.