Il 9 maggio 1978, in via Caetani a Roma, venne ritrovato il corpo di Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault rossa. Era stato tenuto prigioniero cinquantacinque giorni dalle Brigate Rosse. Prima di morire scrisse diverse lettere: alla famiglia, agli amici, ai colleghi della Democrazia Cristiana. L’ultima alla moglie, Eleonora Chiavarelli, detta Noretta, è tra le cose più commoventi scritte in lingua italiana nel Novecento.

La lettera di Aldo Moro alla moglie
Prima di analizzala nei suoi passaggi essenziali, per capire fino in fondo il significato di questa lettera di Aldo Moro alla moglie Noretta, la riportiamo per intero:
“Mia dolcissima Noretta,
credo che questa sia proprio l’ultima. Per ragioni misteriose mi sembra preclusa qualsiasi speranza. Non si sa neppure approssimativamente, che cosa accade, in che si concludano le varie iniziative delle quali una volta si parla. Il Papa non può fare niente neppure dimostrativamente, in questo caso? Perché avevamo tanti amici, a schiere. Non una voce che io sappia, si è levata sin qui. Di voi ho ricevuto la sola lettera del “Giorno”, che volevo portare sul petto, così per farmi compagnia, all’atto di morire. Ma si è perduta nel pulire la prigione. Per quanto abbia chiesto, non ho saputo altro. Quasi pensavo di aver fatto qualcosa di vergognoso. Ma è il meccanismo, deve essere così. Ed a voi devono avere consigliato (proibito) di fare qualsiasi protesta, che non sarebbe servita a nulla, ma avrebbe dimostrato che io qualche persona cara l’ho ancora. E’ stato tutto freddamente determinato ed io sono stato trattato come se solo mi fossi servito della D.C. Ma non hanno nemmeno un momento esaminato la situazione, per vedere che cosa era opportuno fare, salvare il salvabile, capire. Una spaventosa improvvisazione. Per me, è finita. Penso solo a voi e, se non sono oppresso fino alla follia, vi richiamo, vi rivedo, da grandi e da piccoli, da anziani e da giovani e tra tutti il dilettissimo Luca con cui passo ancora i momenti disponibili. E poi il dubbio della vostra salute, la ragione del vostro silenzio. Spero che Freato e Rana vi seguano. I nostri dopo 40 giorni si saranno un po’ abituati, ma dimenticati, spero, no. Se a Torrita non venite, comincia col tenermi a Roma, o nella chiesa di Torrita. Abbracciameli tutti tutti, uno ad uno, ogni giorno, come avrei fatto.
Ricordatemi un po’, per favore. lo sono cupo e un po’ intontito. Credo non sarà facile imparare a guardare e a parlare con Dio e con i propri cari. Ma c’è speranza diversa da questa? Qualche volta penso alle scelte sbagliate, tante; alle scelte che altri non hanno meritato. Poi dico che tutto sarebbe stato eguale, perché è il destino che ci prende. Mentre lasciamo tutto resta l’amore, l’amore grande grande per te e per i nostri frutti di tanta incredibile e impossibile felicità.
Che di tutto resti qualcosa. Ti abbraccio forte, Noretta mia. Morirei felice, se avessi il segno di una vostra presenza. Sono certo che esiste, ma come sarebbe bello vederla.”
“Di voi ho ricevuto la sola lettera del ‘Giorno’, che volevo portare sul petto”
Aldo Moro racconta di aver ricevuto una sola lettera dalla famiglia durante la prigionia, quella pubblicata il giorno del suo sequestro. Aveva voluto portarla sul petto, come compagnia nell’atto di morire. Si è perduta nel pulire la prigione. Quella perdita minuscola – una lettera, non un oggetto di valore- dice più di qualsiasi discorso sulla sua solitudine in quei cinquantacinque giorni.
“Avevamo tanti amici, a schiere. Non una voce che io sappia”
C’è qualcosa di lancinante in questa frase. Non è rancore; è stupore. Aldo Moro non riesce a capire il silenzio di chi conosceva, di chi aveva frequentato per decenni. Si interroga, cerca spiegazioni, tenta di capire il “meccanismo” che ha prodotto quel silenzio. Non trova risposte. E quella mancanza di risposta è forse il dolore più profondo della lettera, più della morte annunciata.
“Penso solo a voi e vi richiamo, vi rivedo, da grandi e da piccoli”
Dentro la lettera c’è un’intera famiglia. Aldo Moro enumera i figli, i nipoti, “il dilettissimo Luca” con cui passava i momenti disponibili. Li vede come erano stati – da piccoli e da adulti – in un unico sguardo telescopico che il tempo non divide. È il modo in cui si ricordano le persone amate quando si sa di non poterle rivedere: tutto insieme, senza ordine cronologico.
“Mentre lasciamo tutto resta l’amore, l’amore grande grande per te”
Questa è la frase che chiude la lettera, o quasi. La ripetizione di “grande grande” è quella di qualcuno che non trova aggettivi abbastanza grandi e allora ne raddoppia uno semplice. Non c’è retorica, non c’è letteratura. C’è solo la misura di una cosa che non si riesce a contenere in una parola sola.
“Mentre lasciamo tutto”: anche questo è preciso. Non “mentre muoio” o “mentre finisco”. Mentre lasciamo tutto. Il tutto che include la casa, i libri, gli abiti, le abitudini, le persone. E da quel lasciare tutto emerge una sola cosa che resta: l’amore.
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