Quando muore qualcuno di importante in famiglia, cosa si dice al bambino? “È andato via per un lungo viaggio.” “Dorme.” “È diventato una stella.” “Ora è un angelo.” Si protegge il bambino dalla realtà della morte con le migliori intenzioni del mondo, con il desiderio genuino di risparmiargli il dolore. Ma Umberto Galimberti, riprendendo Freud, dice che quella protezione ha un costo altissimo che si paga negli anni successivi.

Non difendiamo i bambini dal lutto
“Freud diceva ‘non descrivete ai bambini un mondo felice’, perché c’è anche il male. Non difendeteli dal lutto, perché c’è anche la morte.”
La logica è precisa e scomoda. Se al bambino viene presentato solo il lato luminoso dell’esistenza – se ogni difficoltà viene rimossa, addolcita, tradotta in qualcosa di innocuo o in una bugia confortante – il bambino non sviluppa gli strumenti per stare nella realtà quando la realtà si fa dura. E la realtà si fa dura per tutti, prima o poi. Non ci sono eccezioni. La domanda non è “se” ma “quando” e “quanto è preparato”.
Il funerale e lo schema
Galimberti porta un esempio concreto che tocca una pratica molto diffusa nelle famiglie italiane:
“Oggi invece muore il papà e il bambino lo mandano dalla zia. No! Portalo al funerale, capirà della morte quel che si può capire alla sua età, ma intanto si fa uno schema dentro di sé, altrimenti crei un handicappato che ogni volta che si trova dentro una dimensione negativa non sa come comportarsi.”
Mandare il bambino dalla zia sembra un atto d’amore e di protezione. In realtà è una protezione che nel lungo periodo si rivolta contro chi viene protetto.
“Schema” è la parola chiave. Il bambino che assiste al funerale non capirà tutto, e non è necessario che capisca tutto. Capirà quello che può capire alla sua età: che qualcuno non c’è più, che gli adulti piangono, che la vita ha questo, dentro. Quella integrazione – anche parziale, anche confusa – crea una struttura interiore che, in futuro, gli permetterà di orientarsi nelle situazioni simili. Ha già attraversato qualcosa di simile. Non è la prima volta.
Chi non ha quello schema, al contrario, arriva al dolore senza mappa. E l’angoscia senza mappa – come Galimberti fa notare – non ha forma, non ha nome, non ha uscita. Non sai cosa stai provando, non sai se finirà, non sai come muoverti al suo interno.
La letteratura come vaccino
“Noi abbiamo la letteratura che ti insegna cos’è l’amore, cos’è il dolore, cos’è la noia, cos’è la speranza, cos’è il coraggio, cos’è la disperazione… quando tu queste cose le sai, hai una strategia per muoverti quando stai male. Innanzitutto impari a nominare la tua sofferenza, che già questo è un buon indicatore, e poi hai anche delle vie d’uscita.”
Nominare la sofferenza. Non è un dettaglio banale; è il primo atto terapeutico, secondo la psicoanalisi e secondo le neuroscienze. Matthew Lieberman dell’UCLA ha mostrato attraverso studi di neuroimaging che il semplice atto di dare un nome a un’emozione – “sono arrabbiato”, “sono triste”, “ho paura” – riduce misurabilmente l’attivazione dell’amigdala e aumenta il controllo prefrontale. Letteralmente, le parole regolano l’intensità dell’esperienza emotiva.
I modelli narrativi della letteratura fanno la stessa cosa in forma più ricca e articolata: ti danno non solo un nome, ma un contesto narrativo, una storia, un personaggio con cui identificarti quando stai attraversando qualcosa di difficile. Chi ha letto Dostoevskij sa già qualcosa sulla disperazione che non si impara dalla vita senza mediazione. Chi ha letto Tolstoj sa qualcosa sulla perdita che nessun manuale di psicologia riesce a trasmettere nello stesso modo.
Eschilo diceva che “il dolore è un errore della mente”. Galimberti cita questa frase potente per dire: se la mente ha schemi di interpretazione – storie, personaggi, esperienze anche solo lette – il dolore si attenua e diventa attraversabile. Se la mente è vuota di modelli, il dolore è solo angoscia pura, senza forma, senza nome, senza uscita possibile.
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