L’8 maggio 1903, nelle isole Marchesi della Polinesia francese, moriva Paul Gauguin. Aveva cinquantaquattro anni, era malato di sifilide, privo di risorse e isolato dal mondo artistico europeo che aveva scelto di lasciare quasi vent’anni prima. Eppure, pochi anni prima aveva dipinto quello che molti considerano il suo capolavoro assoluto: un’opera monumentale di quasi quattro metri per un metro e mezzo su cui aveva scritto, nell’angolo in alto a sinistra, tre domande che nessuna civiltà ha ancora smesso di porsi.

“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”: il quadro
“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”
Gauguin dipinse questa tela nel 1897, in un momento di disperazione profonda. Era sull’orlo del suicidio: aveva perso una figlia, era sopraffatto dai debiti, si sentiva incompreso. Dipinse il quadro in un mese di febbre creativa, come se volesse lasciare il suo testamento spirituale. Poi tentò il suicidio con l’arsenico, sopravvisse, e visse ancora sei anni.
Il quadro si legge da destra a sinistra, come un ideogramma orientale, una scelta deliberata che Gauguin stesso spiegò. A destra, un bambino appena nato: l’origine. Al centro, la vita adulta nel suo pieno: il presente, il fare, l’essere nel mondo. A sinistra, una vecchia che attende la morte con gli occhi bassi. Nel mezzo, una figura raccoglie dei frutti: atto primario, eterno, uguale per tutti nelle epoche. E sullo sfondo, la giungla polinesiana che avvolge tutto senza rispondere a niente.
Perché queste domande
Queste tre domande non sono domande filosofiche nel senso accademico del termine. Sono le domande che emergono nei momenti di crisi: quando si perde qualcosa di importante, quando si cambia radicalmente vita, quando si è soli di notte e si capisce che le risposte automatiche non bastano più. Sono le domande che Gauguin poneva da dentro la sua crisi più profonda. E forse per questo arrivano così direttamente.
“Da dove veniamo?” è la domanda delle radici: biologiche, culturali, spirituali. Non ha una risposta unica, e chi la pone davvero sa che la risposta che trova oggi non è quella di dieci anni fa. Ma orienta in modo molto diverso chi la pone davvero rispetto a chi vive come se la questione non esistesse affatto.
“Chi siamo?” è la più instabile di tutte. La risposta cambia nel tempo, cambia con le relazioni che si costruiscono e quelle che si perdono. Ogni volta che si risponde con certezza – “so chi sono” – qualcosa succede che rimette tutto in discussione. Forse è una delle domande più oneste che esistano proprio perché non si può rispondere una volta sola.
“Dove andiamo?” è la domanda della direzione; non della destinazione finale, che nessuno conosce con certezza, ma della direzione quotidiana. Cosa si sta costruendo? Verso cosa ci si muove ogni giorno? Cosa si lascia dietro? Quella domanda trasforma il presente da passaggio a scelta.
Gauguin come specchio
Gauguin era andato in Polinesia cercando qualcosa che la civiltà europea non riusciva più a dargli: una semplicità autentica, un contatto diretto con l’esistenza che l’Occidente aveva perso o nascosto sotto strati di convenzioni sociali e industriali. Non trovò il paradiso che immaginava. Trovò malattia, povertà, incomprensione, conflitti con le autorità coloniali. Trovò qualcosa di più complicato e di più reale di qualsiasi paradiso. E in quella complessità aspra dipinse le sue domande, senza risposta, ma con tutta la forza viscerale di chi le pone davvero, dalla radice della propria crisi più profonda.
La cosa straordinaria di questo quadro è che Gauguin non sapeva, mentre lo dipingeva, se sarebbe sopravvissuto per vederlo terminato. Stava dipingendo un testamento. E forse è proprio per questo che le tre domande scritte nell’angolo in alto pesano così tanto: non sono esercizi intellettuali. Sono la voce di qualcuno che non aveva più niente da perdere nel porle.
Nel giorno preciso dell’anniversario della sua morte vale la pena prendere in prestito quelle domande. Non per trovare risposte definitive o complete. Ma per sentire, almeno per un momento, il peso specifico di ognuna.