A te che pensi spesso al passato, James Joyce ti scrive: il luogo che rimpiangi non esiste più, ma tu esisti ancora

C’è qualcosa che conosci bene, anche se forse non lo chiami con il suo nome. È quella sensazione di tornare con la mente a un posto – una città, una casa, un’epoca, una versione di te stesso – e sentire che lì c’era qualcosa che qui non c’è più. Che lì eri più vivo, più intero, più autentico. Che da qualche parte lungo la strada hai perso qualcosa di importante, e che se potessi tornare indietro lo ritroveresti.

James Joyce sapeva tutto di questa sensazione. L’aveva vissuta lui stesso, in modo così bruciante da averle dedicato un’intera vita di scrittura. Joyce lasciò Dublino da giovane e non smise mai di abitarla: nei suoi romanzi, nei suoi racconti, nei suoi sogni. Era una città che odiava e che amava con la stessa intensità, una città che lo aveva formato e che sentiva come una prigione. E proprio per questo, meglio di chiunque altro, sapeva cosa succede a chi rimane intrappolato nel passato invece di attraversarlo.

pensi spesso al passato

La lettera che James Joyce scriverebbe a chi pensa troppo al passato

A te che pensi spesso al passato,

ti scrivo da un posto scomodo: il posto di chi ha guardato in faccia quella trappola e ha capito come funziona.

Ho passato tutta la vita a scrivere di Dublino pur vivendo lontano da essa: a Trieste, a Parigi, a Zurigo. Qualcuno lo ha trovato paradossale. Io no. Scrivevo di Dublino non perché volessi tornarci. Scrivevo di Dublino perché volevo capire cosa ci avevo lasciato, e perché quella cosa continuava a tirarmi indietro anche quando il mio corpo era altrove.

“Ho voluto dare un’immagine così completa di Dublino, che se un giorno la città dovesse improvvisamente sparire dalla faccia della Terra, potrebbe essere ricostruita sulla base del mio libro.”

Lo dicevo come un proposito artistico. Ma era anche qualcos’altro: era il tentativo di mettere Dublino su carta per non doverla portare addosso. Di fissarla in un luogo, di darle una forma definitiva, di smettere di inseguire qualcosa che cambiava ogni volta che ci pensavo.

Perché questo è il problema del passato: non sta fermo. Ogni volta che lo ricordi, lo ricordi diverso. Lo arricchisci di significati che allora non aveva, lo depuri delle parti scomode, lo rendi più luminoso, più semplice, più bello di quanto fosse davvero. E alla fine ti ritrovi a rimpiangere non il luogo o il tempo che hai vissuto, ma la versione idealizzata che hai costruito nel ricordo. Un posto che non è mai esistito, esattamente così come lo senti adesso.

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“La storia è un incubo da cui cerco di destarmi.”

Questa frase l’ho messa in bocca a Stephen Dedalus, il mio alter ego letterario. Ma parla di qualcosa che ho sentito io, nella carne. La storia – personale, collettiva, familiare – può diventare un peso che si porta invece di qualcosa da cui imparare. Può diventare l’unico posto in cui si vive, mentre il presente scorre via inosservato.

Ho chiamato questo stato con una parola precisa: paralisi.

Ne ho scritto in Gente di Dublino, una raccolta di racconti in cui i personaggi sono persone intrappolate, non da catene fisiche, ma da qualcosa di più sottile e più tenace. Dalle abitudini, dalle aspettative, dai ricordi, dal peso di una tradizione che impedisce di muoversi verso il futuro. Sono persone che guardano le proprie vite dall’esterno, come se stessero accadendo a qualcun altro. Persone che hanno smesso di scegliere perché il passato ha già scelto per loro.

Forse ti riconosci.

Nel racconto che chiude quella raccolta – I morti – c’è un momento in cui Gabriel Conroy scopre che sua moglie porta dentro di sé un amore antico, un ragazzo morto da giovane, una storia che lui non conosceva e che ha continuato a esistere in lei per decenni, silenziosa, intatta. E in quel momento Gabriel capisce qualcosa di devastante: che stava vivendo accanto a una persona senza vederla davvero, perché era troppo occupato a essere se stesso per guardare cosa c’era realmente di fronte a lui.

“Le parole scritte anni prima gli giunsero dal passato come una musica lontana.”

Una musica lontana. Ecco cos’è il passato, quando lo lasci al suo posto: qualcosa che senti in sottofondo, che ti appartiene, che ti ha formato, ma che non occupa tutta la stanza. Il problema non è ricordare. Il problema è quando il ricordo diventa più reale del presente. Quando la musica lontana copre i suoni vicini. Quando il luogo che rimpiangi è più abitato, nella tua testa, del posto in cui stai davvero vivendo.

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“Il passato è distrutto nel presente e il presente vive soltanto perché reca futuro.”

Questa è la frase più difficile che abbia mai scritto, perché va contro ogni istinto della nostalgia. La nostalgia dice: il passato è l’unico posto sicuro, l’unico posto reale. Io dico il contrario: il presente distrugge il passato non per cancellarlo, ma per metabolizzarlo, per trasformarlo in qualcosa che appartiene a te invece di qualcosa che ti possiede. E il presente esiste solo nella misura in cui guarda avanti, in cui ha ancora qualcosa da fare, da costruire, da scoprire.

Il luogo che rimpiangi non esiste più. Non perché sia cambiato, anche se probabilmente è cambiato. Ma perché sei cambiato tu. Quella casa, quella città, quella persona, quell’epoca: li ricordi con gli occhi di chi sei adesso, non con gli occhi di chi eri allora. E chi sei adesso non può tornare lì, anche fisicamente, perché non sarebbe mai la stessa cosa.

Ma tu esisti ancora. Questo è l’unico dato certo che hai.

Lasciami darti qualcosa di concreto

Uscire dalla paralisi del passato non è dimenticare. È imparare a portare il passato in modo diverso: come una radice, non come un’ancora. Ecco cosa puoi fare:

  • Scrivi quello che rimpiangi, con tutta la precisione di cui sei capace. Non in modo vago e sentimentale: con precisione. Cosa esattamente mancava? Quale persona eri? Cosa potevi fare allora che non puoi fare adesso? Spesso, quando si mettono le cose su carta, si scopre che quello che si rimpiange è più piccolo di quanto sembrava nella nebbia del ricordo, o che è ancora raggiungibile, in forma diversa.
  • Chiediti cosa del passato vuoi portare con te, e cosa invece ti sta trattenendo. Non tutto il passato è peso, c’è anche saggezza, c’è esperienza, ci sono legami reali. Ma c’è differenza tra portare il passato come nutrimento e abitarlo come rifugio. La prima è memoria sana. La seconda è paralisi.
  • Cerca le epifanie nel presente. Io costruivo i miei racconti intorno a momenti di rivelazione improvvisa: piccoli istanti in cui un personaggio vede qualcosa che prima non aveva visto. Questi momenti esistono anche nella tua vita, adesso, in questo giorno. Ma si vedono solo se si guarda il presente con la stessa intensità con cui si guarda il passato.
  • Riconosci la differenza tra nostalgia e lutto. La nostalgia di un luogo che non esiste più è spesso, in realtà, il lutto per qualcosa che non si è riusciti a elaborare: una perdita, una scelta, una vita che non si è vissuta. Il lutto si elabora. La nostalgia, se non si trasforma in lutto, si accanisce.

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“Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi.”

Sempre incontrando noi stessi. Questo è il punto: non si sfugge a sé stessi andando nel passato, così come non ci si sfugge andando in un altro paese o in un’altra vita. Il passato che rimpiangi sei anche tu: una versione di te, un momento di te. E quella versione non è andata via. Si è trasformata in chi sei adesso.

“Quando morirò, Dublino sarà scritta nel mio cuore”. L’ho detto, e lo penso ancora. Ma Dublino non mi ha paralizzato: me la sono portata dentro mentre andavo avanti. Questo è quello che ti chiedo: portati dentro i tuoi luoghi perduti, non tornarci.

Il luogo che rimpiangi non esiste più, è vero. Ma tu esisti ancora. E questo, se ci pensi bene, è la cosa più straordinaria che potesse succedere.

Con affetto,
James Joyce

Una cosa che sento mia, in questo articolo: ho capito a un certo punto della mia vita che la nostalgia più intensa non era per i posti o per le persone, ma per versioni di me stessa che sentivo di aver perso lungo la strada. Quella ragazza che credeva in tutto, quella donna che non aveva ancora paura di certe cose. Poi ho capito che non le avevo perse: le avevo attraversate. Sono ancora qui, trasformate in quello che sono adesso. E questo mi ha aiutata a smettere di guardare indietro con quella nostalgia che fa male, per cominciare a guardare avanti con una curiosità che non mi aspettavo di ritrovare. Spero riesca a farlo anche tu.

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