Hai mai sentito quella sensazione fisica – quasi viscerale – quando saluti qualcuno che ami sapendo che non lo vedrai per molto tempo? Non è solo malinconia elaborata o pensiero triste che si gestisce con la ragione: è qualcosa di più corporeo e più immediato, come se qualcosa si stringesse in un posto del petto che non ha un nome anatomico preciso. Come se una presenza si interrompesse in modo fisicamente percepibile. Arthur Schopenhauer aveva trovato per questa esperienza così comune e così difficile da descrivere un’immagine estrema e molto precisa.

Separazioni e riabbracci
“Ogni separazione dà un assaggio della morte, e ogni riabbraccio un assaggio della resurrezione.”
Questa frase è spesso attribuita a Schopenhauer, ma la sua paternità precisa è dibattuta tra gli studiosi, come accade per molte frasi molto citate che circolano online attribuite a grandi nomi della filosofia o della letteratura.
L’idea contenuta nella frase è però perfettamente coerente con il pensiero effettivo di Schopenhauer, in particolare con la sua riflessione sulla volontà come forza che ci lega alle cose e alle persone, sull’attaccamento come fonte primaria di sofferenza, e sul dolore che il desiderio di continuità e di permanenza porta con sé nella vita di qualsiasi essere umano capace di amare.
L’assaggio della morte
Schopenhauer usa la parola “assaggio”: non la morte, ma un suo assaggio. Qualcosa che somiglia alla morte nel suo meccanismo essenziale: la perdita di qualcuno, l’interruzione di una presenza, il silenzio dove c’era voce e calore. Non è uguale alla morte, ma è sufficiente a far capire, per un momento, cosa significherebbe non rivedere più quella persona.
Quella comprensione fuggevole è preziosa anche quando è dolorosa. Ci dice qualcosa sull’importanza di quello che stiamo lasciando andare, anche solo per un po’.
Ho vissuto molte separazioni nella vita – persone che partivano, distanze che si aprivano in modo imprevisto o necessario – e ogni volta c’è questo strato fisico di qualcosa che si stringe, che non è razionale e che arriva prima dei pensieri. Non l’elaborazione del distacco, che viene molto dopo. Ma quel primissimo momento in cui la presenza si interrompe e si sente l’interruzione nel corpo. Schopenhauer lo chiama assaggio della morte, e c’è qualcosa in quella formulazione estrema che cattura esattamente la qualità specifica dell’esperienza.
L’assaggio della resurrezione
La seconda parte è quella che rende la frase simmetrica e completa nella sua struttura. Se la separazione è morte – interruzione, assenza, silenzio dove c’era presenza – il riabbraccio è resurrezione: il ritorno di qualcuno che era assente, la presenza che si riapre e si riaccende in uno spazio dove c’era vuoto.
Quella gioia fisica del riabbracciare qualcuno che non si vedeva da molto – o da troppo – ha una qualità percettiva completamente diversa dall’incontro ordinario in cui ci si saluta senza avere niente da recuperare. È più intensa, più presente, più consapevole di quello che stava mancando nel periodo di separazione.
La vita come ciclo di piccole morti e risurrezioni
Quello che Schopenhauer descrive non è una metafora decorativa: è una struttura. Il ciclo continuo di separazioni e ritrovamenti che scandisce l’esistenza di chiunque abbia relazioni importanti e significative.
Ogni partenza per un viaggio lungo, ogni addio di fronte a una porta o in un aeroporto, ogni distanza che si apre tra persone che si amano, e poi ogni ritorno, ogni riapertura di quella distanza. Non è pessimismo nel senso di rassegnazione o di compiacimento nel dolore: è la descrizione onesta di come funziona l’attaccamento nel tempo, con tutta la sua ricchezza e tutto il suo costo.
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