Galimberti sulla scuola: il problema sono i prof. che istruiscono ma non educano, sanno la materia ma non hanno empatia

Quando si parla di scuola, il dibattito si concentra spesso su programmi, risultati e riforme. Ma ti sei mai chiesto che cosa significa davvero educare? Dietro ogni aula ci sono ragazzi in crescita, con fragilità, sogni e domande ancora senza risposta, e adulti chiamati ad accompagnarli. Le riflessioni di Umberto Galimberti portano l’attenzione proprio su questo punto: il ruolo degli insegnanti non è soltanto trasmettere conoscenze, ma creare relazioni capaci di formare persone. Una scuola efficace non riempie soltanto menti: contribuisce a costruire futuro.

Galimberti sulla scuola

Un insegnante può cambiare una vita

“Il problema più grosso che ha la scuola, in Italia, è la selezione dei professori.”

La citazione di Galimberti tocca il cuore dell’educazione: un insegnante non è soltanto colui che trasmette conoscenze, ma chi può accendere una luce nella mente e nel cuore di un giovane. A volte basta un professore capace di vedere oltre le apparenze, una parola di fiducia o un gesto di attenzione per cambiare un percorso.

Per questo la scelta degli insegnanti è una responsabilità fondamentale. La preparazione è importante, ma servono anche passione, sensibilità e capacità di ascolto. Perché un grande professore non lascia soltanto nozioni, lascia anche la consapevolezza di poter diventare qualcosa di più.

La lezione più importante nasce dall’incontro umano

“Non è sufficiente che un professore sappia la sua materia per andare in classe, ma è necessario che sia fornito di un’empatia sufficiente da coinvolgere gli studenti.”

Galimberti ricorda che insegnare non significa soltanto spiegare, ma saper arrivare a chi ascolta. La stessa lezione può essere accolta con interesse o rimanere distante: spesso la differenza sta nella capacità del professore di creare una relazione. Un insegnante empatico, davanti a uno studente distratto o silenzioso, non vede solo un problema, ma prova a capire cosa si nasconde dietro quel comportamento. Forse una difficoltà, una paura o il timore di non essere all’altezza.

Il sapere, per essere trasmesso davvero, ha bisogno di un incontro umano. Un professore non lascia soltanto ciò che conosce, ma anche il modo in cui riesce a coinvolgere chi ha davanti.

Solo il cuore apre la strada alla conoscenza

“Perché come dice bene Platone, la mente non si apre, se prima non hai aperto il cuore. E quanti sono i professori che aprono il cuore? Il dieci per cento?”

Un professore può conoscere perfettamente la propria materia, ma senza un legame con gli studenti il sapere rischia di rimanere distante. Educare significa guardare oltre un voto o un comportamento, riconoscere la storia che ogni ragazzo porta con sé e aiutarlo a scoprire le proprie capacità.

La riflessione di Galimberti invita a immaginare una scuola che non si limiti a riempire menti, ma sappia formare persone. Sai, caro genitore, studente o insegnante che stai leggendo: la conoscenza apre porte, ma è il cuore a generare il desiderio di attraversarle. Allora, chi insegna deve metterci passione, amore, perché solo così – solo con il cuore – riuscirà ad aprire le porte e arrivare ai cuori e alle mente dei propri allievi.

Educare significa accompagnare chi sta diventando

“La nostra scuola, al massimo istruisce, quando ci riesce, ma non educa, perché educare significa seguire i ragazzi nei loro processi evolutivi in quell’età incerta che si chiama adolescenza, dove si oscilla tra entusiasmi vertiginosi e depressioni radicali. Questi ragazzi vanno seguiti: questa è l’educazione.”

Spesso si cerca una direzione senza sapere ancora quale strada scegliere. Per questo i ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di ascoltare, di comprendere e di esserci davvero, non solo di giudicare. Educare significa vedere nello studente non un risultato da misurare, ma una persona in crescita, con paure, talenti e possibilità ancora da scoprire. La scuola trova il suo valore più autentico quando riesce a unire sapere e umanità.

Agli adulti spetta il compito di non arrendersi davanti alle difficoltà dei giovani, ma di accompagnarli con pazienza e fiducia. Ai ragazzi spetta il coraggio di mettersi in gioco, di accettare i propri dubbi e di continuare a cercare la propria strada.

Alla fine di questo percorso, penso che il vero significato dell’educazione sia proprio questo: non dire ai giovani chi devono diventare, ma aiutarli a scoprire chi possono essere.

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