Quante cose non hai detto per paura che qualcuno si offendesse? Quante volte hai smussato quello che pensavi veramente, hai sorriso quando non ne avevi voglia, hai evitato di prendere posizione su qualcosa di importante per non inimicarti nessuno? E quante volte, dopo, hai avuto quella sensazione leggera di aver tradito qualcosa di te stesso? Paolo Ruffini ha qualcosa da dirti su quel meccanismo. E non è quello che ti aspetti di sentire.

Il coraggio di non piacere
“Bisogna avere il coraggio di non piacere, cioè bisogna metterci in testa che non si può piacere a tutti.”
Non si può piacere a tutti. Non è un’opzione tra le tante. È una legge strutturale dell’esistere nel mondo. Chiunque abbia un’opinione autentica, un carattere definito, una posizione su qualcosa che conta davvero, è inevitabilmente non piacerà a qualcuno. Spesso proprio a chi ha posizioni opposte, a chi ha paura di quello che rappresenti, a chi si sente messo in discussione dal fatto che tu esista nel modo in cui esisti.
L’unico modo reale per piacere a tutti è non essere niente di preciso: neutro, incolore, senza forma né carattere. E quello non è piacere davvero: è sparire.
L’odio come attestato di stima
“Se ci sono delle persone che ti odiano, devi essere felice, perché è un attestato di stima nei tuoi confronti. Il fatto che ci siano delle persone che dedicano la loro vita all’odio e queste persone ti detestano, vuol dire che stai facendo cose buone.”
Questo ribaltamento è potente e vale la pena portarlo con sé. Chi dedica il suo tempo e la sua energia a odiarti non sta parlando di te: sta dicendo qualcosa di molto preciso su di sé, sul proprio bisogno di avere nemici, sulla propria mancanza di vita interiore piena.
Ma c’è di più, e Ruffini lo nomina con chiarezza: le persone che odiano tendono a concentrare il loro odio su chi è visibile, su chi fa cose concrete nel mondo, su chi si espone. Chi non fa niente, chi non dice niente, chi non è niente di preciso, non viene odiato, viene semplicemente ignorato.
Essere nel mirino di qualcuno che odia, quindi, significa esistere abbastanza da disturbare qualcuno. E disturbare può essere un segnale molto preciso che si sta facendo qualcosa di giusto.
Quando ho scritto il mio saggio sulla genitorialità ad alto contatto (Ascoltami. Genitorialità ad alto contatto e disciplina dolce), i commenti negativi sono arrivati subito. Qualcuno diceva che stavo rovinando mio figlio, che ero una madre iper-ansiosa, che non capivo niente di educazione. Per un po’ mi hanno frenata. Poi ho capito che quell’intensità di reazione significava che stavo toccando qualcosa di vero, qualcosa che evidentemente disturbava. Da allora li leggo in modo molto diverso.
L’ignoranza urla, l’intelligenza parla
“Bisogna accettare il fatto che oggi l’ignoranza urla. L’intelligenza, parla. Bisogna accettare il fatto che se io urlo, faccio molto più rumore di mille persone che sorridono, con la differenza che l’urlo è rumore e mille sorrisi possono formare una melodia.”
Questa è la frase più precisa e più acuta delle tre, e quella che descrive meglio il momento storico in cui viviamo. Il rumore è amplificato, visibile a tutti, si diffonde velocissimo e senza sforzo. La melodia richiede ascolto, attenzione, qualcuno che si fermi abbastanza a lungo per sentirla. Ma la melodia rimane nel tempo, entra dentro le persone, cambia qualcosa. Il rumore si esaurisce da solo, come tutti i rumori.
Chi odia invece di vivere
Ruffini aggiunge un’osservazione finale, e questa forse è la più compassionevole di tutte: “chi passa il tempo a parlare male degli altri” – a odiare, a criticare, a diffondere negatività – “invece di stare con chi ama, ha bisogno di un grande abbraccio”. Non di risposta, non di confronto su chi ha ragione, non di vittoria nel dibattito. Di compassione. Quella persona non sta vivendo una vita piena, e probabilmente lo sa.
Quella vita piena, vissuta con gioia anche davanti all’odio altrui, è la migliore risposta possibile. Senza parole, senza polemica. Con la presenza.
Questa cosa io l’ho imparata lentamente, e non è ancora del tutto automatica. Ma ogni volta che scelgo di rispondere con un articolo nuovo, con un’idea in più, con qualcosa che mi importa davvero – invece di difendermi dal rumore – sento che è la scelta giusta. La melodia si costruisce così, un pezzo alla volta.