Basta essere una madre sufficientemente buona. Non perfetta, abbastanza buona. Quella distinzione, apparentemente semplice nella sua formulazione, ha liberato generazioni di madri da un’aspettativa impossibile, distruttiva e spesso silenziosa che gravava sul loro modo di stare con i figli. La madre perfetta non sbaglia, anticipa ogni bisogno, non si stanca mai, non ha bisogni propri che interferiscono. La madre sufficientemente buona è una persona umana che ama suo figlio, risponde ai suoi bisogni nella maggior parte delle volte, e sbaglia… e poi si aggiusta. Donald Winnicott ha costruito su questa idea un concetto clinico e pratico che ancora oggi è uno dei più utili, più citati e più liberatori in psicologia dello sviluppo.

Come deve essere una madre?
“Una madre sufficientemente buona comincia con un alto grado di adattamento ai bisogni del bambino. Questo è ciò che significa ‘sufficientemente buona’: è l’incredibile capacità che le madri hanno, di norma, di identificarsi completamente con il loro bambino piccolo.”
La frase descrive qualcosa che accade in modo sorprendentemente naturale nella maggior parte delle madri nei primissimi mesi: quella capacità quasi istintiva di sintonizzarsi sui bisogni del bambino, di identificarsi con lui al punto da sentire quello che sente, di rispondere prima ancora di aver elaborato la risposta consapevolmente.
Ma Donald Winnicott la usa anche come definizione molto precisa di una sufficienza che non richiede la perfezione e non la prevede nemmeno come obiettivo: la madre che si identifica con il bambino, che risponde ai suoi bisogni nella misura in cui è umanamente possibile farlo, che sbaglia e torna è, per definizione, sufficientemente buona.
“Sufficientemente buona”
Winnicott ha coniato questa espressione – good enough mother – in un contesto clinico e teorico preciso, ma l’idea è accessibile a chiunque. Non si tratta di abbassare l’asticella o di accontentarsi del minimo. Si tratta di riconoscere che la perfezione materna non solo non esiste, ma sarebbe dannosa: un bambino ha bisogno di una madre che sbagli e si aggiusti, che sia umana, che mostri che le difficoltà si attraversano senza crollare.
Questa frase è una delle più liberatorie che abbia incontrato nel percorso con mio figlio, e che continuo a sentire risuonare nelle conversazioni con altre madri. Non perché autorizzi la trascuratezza o l’indifferenza, ma perché smonta e dismette la perfezione come criterio valido. La madre perfetta non forma bambini resilienti: forma bambini che non hanno mai visto nessuno sbagliare e poi aggiustarsi, e che non sanno come farlo da soli.
L’identificazione come dono
La capacità di identificarsi con il bambino piccolo – di sentire con lui, di rispondere al suo ritmo invece di imporre il proprio – è quello che Winnicott chiama preoccupazione materna primaria. È uno stato quasi di fusione temporanea che la madre attraversa nei primi mesi di vita del bambino, e che poi progressivamente si ritira per permettere al bambino di cominciare a differenziarsi.
Quel ritiro graduale è altrettanto importante dell’identificazione iniziale: la buona madre non resta fusa per sempre. Si separa poco a poco, lasciando spazio all’autonomia.
Adattamento e disadattamento
Winnicott descrive anche il processo evolutivo che viene dopo l’identificazione iniziale: la madre sufficientemente buona si adatta in modo molto alto all’inizio, poi si disadatta gradualmente: comincia a rispondere meno perfettamente, a ritardare leggermente, a lasciare che il bambino aspetti un momento. Non perché smetta di amare o perché sia diventata meno presente, ma perché il bambino ha bisogno di trovare una realtà esterna che non si piega sempre e completamente a lui, una resistenza gentile e progressiva che insegna che il mondo esiste indipendentemente dai propri desideri. Quella frustrazione tollerabile è parte essenziale dello sviluppo.
Donald Winnicott è stato un pediatra e psicoanalista britannico, nato nel 1896, autore di opere fondamentali sullo sviluppo infantile, sul ruolo della madre, sul gioco come dimensione essenziale della vita psicologica e sulla creatività come salute, una delle figure più influenti e al tempo stesso più accessibili e più umane della psicologia del Novecento, qualcuno che ha saputo tradurre concetti clinici complessi in un linguaggio che arrivava anche a chi non era specialista.