Caro lettore che soffri, Victor Frankl ti scrive: non puoi scegliere cosa ti accade, ma puoi scegliere chi diventare

So cosa stai attraversando. A volte accade senza preavviso, eppure dentro di te senti qualcosa cambiare. Ma nonostante tutto, continui a fare ciò che hai sempre fatto, anche se lo senti diversamente, come se una parte di te non ti appartenesse più del tutto. Non è dolore, o almeno non soltanto quello. Forse ti sarai chiesto: “perché mi sento come se fossi rimasto indietro?” Ti sorprendi a osservarti da fuori, quasi con estraneità. E proprio lì nasce una consapevolezza difficile da ignorare: non tutto ciò che hai vissuto ha ancora trovato un senso dentro di te. A queste tue domande prova a rispondere Victor Frankl, e questa è la lettera che ti avrebbe scritto, per dirti tutto ciò che ti serve.

Victor Frankl ti scrive

Cara lettrice, caro lettore

Ti scrivo come si scrive a qualcuno senza cercare frasi facili o consolazioni. Solo per provare a restare vicino a ciò che stai vivendo, e parlarti. Sai che le parole possono aiutare? Non so esattamente dove ti trovi adesso, ma so che ci sono momenti in cui la vita smette di essere qualcosa che riesci a tenere tra le mani. Non segue più i tuoi piani, non risponde più come prima a ciò che ti aspetti al mattino, quando esci di casa. Semplicemente accade. Eh sì, la vita accade, come è giusto che sia, e tu, quasi senza accorgertene, inizi a distinguere ciò che pensavi di poter controllare da ciò che invece ti scivola via. 

D’un tratto, ti ritrovi a girare come una trottola sempre intorno alle stesse domande. All’inizio sono quasi inevitabili: “come ne esco?” “quando finisce?” “cosa devo fare per tornare a stare bene?” Non c’è nulla di strano in questo. Quando soffri, la prima cosa che desideri è smettere di soffrire. Poi, anche dopo giorni o dopo settimane, quelle stesse domande perdono la loro forza iniziale.

“Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo sfidati a cambiare noi stessi.”

Non ti basta più sapere come uscirne subito per evitare di soffrire, ma vorresti cambiare te stesso, partendo proprio da una cosa semplice: una sfida. Non contro la medaglia d’oro di turno, ma contro l’avversario più difficile da affrontare e sconfiggere: te stesso. Non lo dico come una frase da manuale, ma come qualcosa che si comprende solo quando la realtà smette di seguire le aspettative, quando ogni tentativo di riportare tutto “come prima” si scontra con un limite silenzioso, ma netto. E in quel punto si scopre qualcosa che spesso si dimentica: che la libertà non coincide con il controllo.

“Se non è in tuo potere cambiare una situazione che ti crea dolore, potrai sempre escogitare l’attitudine con la quale affrontare questa sofferenza.”

Non ti sto invitando a rendere tutto più leggero, né a trovare per forza un senso dove non lo vedi: non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola su chi sei. Tra ciò che ti accade e ciò che diventi mentre ti accade c’è uno spazio piccolo, quasi impercettibile, eppure reale. Uno spazio che non si vede subito, ma in cui, spesso senza accorgertene, si gioca molto di ciò che si diventa.

“Tutto può essere tolto ad un uomo, ad eccezione di una cosa: l’ultima delle libertà umane; poter scegliere il proprio atteggiamento in ogni determinata situazione, anche se solo per pochi secondi.”

Pochi secondi. È questo il punto che spesso sfugge: un attimo appena, in cui non sei ancora del tutto trascinato dalla reazione che sta arrivando. E in quell’attimo succede qualcosa di importante: non puoi cambiare ciò che accade, ma puoi non coincidere completamente con ciò che accade.

Ti faccio un esempio semplice, che con tutta probabilità hai già vissuto, anche se in forme diverse. Pensa a una giornata in cui sei già triste a causa di qualcosa di pesante che ti porti dietro da tempo. Poi arriva una parola detta male, un gesto frettoloso, qualcosa che tocca proprio quel punto già sensibile. E la reazione parte quasi da sola: chiusura, rabbia, il pensiero “ecco, sempre così”.

È istintivo. Ma tra quello che succede e quello che fai dopo, c’è un micro-momento. Quasi invisibile. In cui potresti fermarti un istante prima di diventare solo quella reazione.

Il dolore, però, non si limita a farti soffrire: piano piano prova anche a diventare la tua definizione. Non si accontenta di dirti “ti sta succedendo questo”, ma comincia a farti pensare “questo sei tu”.

Cosa puoi fare, già da oggi

Le belle parole non bastano mai. Lascia che ti dica con chiarezza quello che ho imparato nei campi, nel silenzio, nel dolore più estremo che un essere umano possa attraversare:

  • Fermati un secondo prima di reagire. Non un’ora, non una giornata intera di riflessione. Un secondo. Quel micro-momento esiste davvero, ed è lì che si decide chi sei.
  • Smetti di aspettare che il dolore finisca per ricominciare a vivere. Il senso non arriva dopo la sofferenza: può nascere dentro di essa, mentre la stai attraversando.
  • Non lasciare che ciò che ti è accaduto diventi il tuo nome. Puoi portare una ferita senza diventare quella ferita. Puoi attraversare il buio senza coincidere con esso.
  • Chiediti cosa la vita si aspetta da te, non solo cosa tu ti aspetti dalla vita. La domanda cambia tutto. Ti sposta dal centro della scena e ti restituisce un compito, e un compito, anche piccolo, è già una direzione.

Ancora una piccola cosa da dirti, prima di salutarci…

Arrivo alla conclusione di questa lettera che, forse, sta diventando prolissa. Cara amica, caro amico, quello che ho voluto dirti è che ciò che ti accade, spesso, non puoi sceglierlo: non tutto dipende da te, e sarei ingiusto a dirti il contrario. Ma non è vero neppure che non ti resti più nulla tra le mani. Anzi, ti resta un potere immenso: scegliere come metterti di fronte al mondo e affrontarlo.

Devi solo fare questa scelta e ricordare che non sei soltanto ciò che ti sta accadendo. E questa è la verità che vorrei lasciarti: puoi sempre scegliere chi vuoi essere e chi diventare.

Con rispetto per ciò che stai attraversando. Il tuo amico,

Viktor E. Frankl, Vienna

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