Bronnie Ware era un’infermiera australiana che per anni ha lavorato in cure palliative, assistendo persone nelle ultime settimane di vita. Ha ascoltato centinaia di persone nelle loro ultime conversazioni. E ha scoperto che quasi tutte dicevano, in qualche forma, la stessa cosa. Non parlava di soldi non guadagnati o di successi mancati. Parlava di vita non vissuta.

I cinque rimpianti
Nel 2009 Bronnie Ware pubblicò un articolo sul suo blog in cui raccoglieva ciò che aveva sentito ripetere più spesso. L’articolo divenne virale, fu tradotto in quarantasei lingue e nel 2011 diventò un libro: I cinque rimpianti di chi sta per morire (Hay House). È rimasto in stampa da allora.
I cinque rimpianti, nell’ordine in cui li ha documentati:
- “Avrei voluto avere il coraggio di vivere la vita che volevo io, non quella che gli altri si aspettavano da me.”
- “Avrei voluto non lavorare così tanto.”
- “Avrei voluto avere il coraggio di esprimere i miei sentimenti.”
- “Avrei voluto mantenere i contatti con i miei amici.”
- “Avrei voluto lasciarmi essere più felice.”
Il primo rimpianto è quello più comune. Bronnie Ware scrive che lo ha sentito quasi da tutti i suoi pazienti, uomini e donne, in qualche forma.
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Cosa significa “la vita che volevo”
Non è una frase romantica o vaga. Bronnie Ware documenta cosa intendevano le persone che glielo dicevano.
Significava aver scelto una carriera per compiacere i genitori invece di seguire quello che li appassionava. Aver sposato qualcuno perché era la cosa giusta da fare in quel momento, non perché lo amassero davvero. Aver rinunciato a trasferirsi, a ricominciare, a cambiare direzione per paura del giudizio, per il senso di responsabilità verso gli altri, per l’abitudine a mettere i propri desideri in fondo alla lista.
Non si pentivano di aver amato troppo. Si pentivano di non aver vissuto abbastanza come loro stessi.
Il coraggio che menzionano non è il coraggio fisico: non si parla di scalare montagne o di azioni eroiche. È il coraggio quotidiano di dire: questo non fa per me, voglio qualcosa di diverso, mi prendo la responsabilità di scegliere. Il coraggio che costa di più non è quello delle grandi scelte drammatiche. È quello delle piccole rinunce cumulate: ogni volta che hai detto “sì” quando volevi dire “no”, ogni volta che hai rimandato qualcosa che contava, ogni volta che hai aspettato il momento giusto che non è arrivato.
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Il rimpianto numero tre è il più sottovalutato
Bronnie Ware nota che il terzo rimpianto – non aver avuto il coraggio di esprimere i sentimenti – è spesso collegato al primo. Chi non ha vissuto la propria vita tende anche a non aver detto quello che sentiva: a non aver detto a qualcuno che lo amava, a non aver espresso rabbia o delusione in modo onesto, a non aver chiesto quello di cui aveva bisogno.
Le persone che stavano morendo non si pentivano di aver litigato. Si pentivano di non aver detto cose che contavano, lasciandole sospese. Di aver tenuto silenzi che erano sembrati prudenti e che invece erano stati solo comode ritirate.
Quello che si può fare adesso
La forza del lavoro di Bronnie Ware non è nel rimpianto in sé: è nel fatto che lo documenta mentre c’è ancora tempo per farne qualcosa. Le persone che assisteva non potevano più cambiare niente. Ma chi legge, può.
Non è un invito all’impulsività: mollare tutto e ricominciare da zero non è necessariamente la risposta giusta. Ma è un invito a fare una domanda onesta: in questo momento, in questa vita, ci sono scelte che sto rimandando perché ho paura di quello che penserebbero gli altri? Ci sono cose che non sto dicendo perché è più comodo tacere? C’è qualcosa che voglio davvero, e che continuo a trattare come se fosse meno importante di quello che si aspettano da me?
Bronnie Ware non offre risposte. Offre lo specchio delle vite di chi non ha più domande da fare.
Perché questo rimpianto è il primo
Che sia il più comune non è una coincidenza. È il primo perché è il più strutturale: tutti gli altri rimpianti – lavorare troppo, non esprimere i sentimenti, perdere le amicizie, non lasciarsi essere felici – sono spesso conseguenze di questo. Chi non ha vissuto la propria vita tende a riempirla di lavoro, di silenzi, di distanze, di sorrisi forzati.
Il coraggio di essere se stessi non è una qualità tra le tante. È quella da cui dipendono le altre. Non perché renda tutto più facile: anzi, di solito complica le cose nel breve periodo. Ma perché è l’unica che, alla fine, non genera rimpianto.
C’è qualcosa nella tua vita che stai vivendo per qualcun altro?
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