C’è una domanda che, prima o poi, dovremmo avere il coraggio di farci: stiamo davvero aiutando i nostri figli a crescere o stiamo rendendo più difficile il loro incontro con la realtà? Oggi ogni ostacolo sembra qualcosa da eliminare e ogni “no” un punto da negoziare, fino a rendere sottile il confine tra protezione ed eccesso. E forse è proprio qui che bisognerebbe a riflettere: ciò che togliamo per amore potrebbe essere ciò che serve per diventare adulti. Questo è quello che vuole farci capire Paolo Crepet.

Quando il “per il bene del ragazzo” è solo un male
C’è un momento, nella vita, in cui il passato smette di sembrarci una semplice sequenza di episodi e comincia a rivelarsi per quello che è davvero: una trama. Non tutto è stato giusto, non tutto è stato facile, non tutto è stato leggero. Eppure, col tempo, ci accorgiamo che proprio lì – in ciò che allora avremmo evitato con ogni forza – si è intrecciata una parte decisiva di ciò che siamo diventati. A volte ci vuole distanza per capire che ciò che ci ha fatto inciampare non ci ha soltanto fermati.
“Il dolore, la frustrazione, il 4 in italiano, il no del papà, la sberla, il rimprovero del nonno, il piccolo abbandono: sono tutti eventi che aiutano a crescere. Mentre sono deleteri tutti i tentativi che i genitori mettono in atto per tutelare i figli da qualsiasi contrattempo.”
Partiamo da qui, da questa frase di Paolo Crepet che non ci consola e non ci accarezza, ma ci mette davanti a uno specchio, non quelli dorati, ma uno di quelli che tendiamo a evitare quando siamo stanchi o troppo affezionati alle nostre convinzioni. Perché la domanda, alla fine, resta lì, insistente: davvero un “no” può educare più di cento “sì” detti con amore, con paura, con l’istinto di proteggere tutto?
Se proviamo a ricordare, scopriamo che spesso abbiamo attraversato proprio ciò che oggi cerchiamo di evitare ai più piccoli. Il famoso 4 in italiano, per esempio: allora sembrava una piccola fine del mondo, un giudizio definitivo su chi eravamo (la paura di una bella ramanzina e una settimana senza videogiochi).
E invece, col tempo, si è trasformato in qualcosa di molto diverso: una lezione che ci ha insegnato a studiare meglio, a organizzarci, ad accettare che non siamo – e non dobbiamo essere – perfetti. E allora ci viene da sorridere, anche con un po’ di amarezza, quando vediamo genitori pronti a sedersi ai tavoli delle discussioni scolastiche per trasformare un 5 in un 7 “per il bene del ragazzo”. Ma per il bene di chi, davvero? E soprattutto: stiamo aiutando i figli o stiamo solo spostando più in là il primo vero incontro con la frustrazione?
Dove stiamo sbagliando con i nostri figli?
Noi adulti oggi non ci limitiamo più a proteggere i figli: spesso cerchiamo di anticipare il mondo, di ammorbidirlo prima che lo incontrino. È una forma di cura che però rischia di diventare eccesso di controllo, perché togliere ogni urto non significa rendere la vita più facile, ma renderla meno leggibile.
Il “no del papà” non era solo un divieto: era un primo incontro con il limite, con qualcosa che non dipende da noi. Se quel limite viene sempre evitato o negoziato, si perde un passaggio fondamentale: imparare che non tutto è immediato, semplice, non tutto è possibile.
Se la distanza tra desiderio e realtà, tra avere tutto e subito e faticare viene sempre annullata, il mondo appare semplice solo finché qualcuno lo semplifica. Poi, però, fuori da quel perimetro, la complessità torna tutta insieme, senza strumenti per affrontarla.
Forse crescere non significa evitare le difficoltà, ma imparare a riconoscerle senza sentirsi sopraffatti. E questo non si costruisce eliminando gli ostacoli, ma imparando a passarci attraverso.
Cosa devono imparare a fare i genitori?
Alla fine, la questione non è quanto proteggiamo i nostri figli, ma che tipo di rapporto li stiamo abituando ad avere con il reale. Perché la realtà non è un ambiente addomesticabile: non si adatta ai nostri timori, non rallenta per aspettare la loro preparazione, non diventa più gentile solo perché lo desideriamo.
Ogni volta che interveniamo per evitare un urto, sottraiamo anche un’occasione di lettura del mondo. E un adulto non nasce dal fatto di non essere mai caduto, ma dal fatto di aver imparato a dare un significato alle proprie cadute, senza sentirsi annullato da esse.
Forse il punto decisivo è proprio questo: non formare persone che non sbagliano, ma persone che sanno cosa fare quando qualcosa non va come previsto. È una differenza sottile, ma cambia tutto. E in fondo, se ci pensiamo, il vero atto di fiducia non è togliere ogni ostacolo, ma credere che possano attraversarlo, anche da soli.
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