Si può morire in tanti modi ma si può anche vivere in tanti modi: Terzani lo spiega in una frase sola

C’è qualcosa di definitivo nei modi di morire: un incidente, una malattia, la vecchiaia. Non si scelgono, nella maggior parte dei casi. Ma i modi di vivere? Tiziano Terzani – giornalista, scrittore, corrispondente dall’Asia per decenni per lo Spiegel e la Repubblica, testimone diretto di alcune delle più grandi trasformazioni storiche del Novecento – aveva capito che su quelli invece si può scegliere molto. E lo aveva dimostrato con la sua stessa vita, cambiandola radicalmente quando la malattia glielo impose come occasione invece che come condanna.

vivere in tanti modi

Puoi vivere in tanti modi

“Si può morire in tanti modi, ma si può anche vivere in tanti modi.”

La simmetria è deliberata. Morire in tanti modi – per violenza, per malattia, per solitudine, per paura – è una cosa che Terzani aveva visto da vicino come nessun altro. Ha coperto la guerra del Vietnam, la rivoluzione culturale cinese, la caduta di Saigon, i conflitti asiatici. Aveva visto morire in mille modi. E da quella prospettiva, quando dice che si può anche vivere in tanti modi, la frase ha un peso specifico completamente diverso da quello che avrebbe in bocca a qualcuno che non ha mai guardato la morte in faccia.

La morte come specchio del vivere

La frase funziona anche come rovesciamento. Non: “nonostante la morte, si può vivere.” Ma: “allo stesso modo in cui la morte ha mille facce, anche la vita ne ha mille.” C’è una liberazione profonda in questo: l’idea che non esista un solo modo giusto di vivere, un solo percorso da seguire, una sola forma socialmente accettabile di esistenza da abitare.

Il filosofo Søren Kierkegaard distingueva tre stadi dell’esistenza – estetico, etico, religioso – come modi diversi di stare al mondo. Terzani non usava quella tipologia, ma l’aveva attraversata: giornalista di successo, poi pellegrino, poi malato che sceglie di curarsi in modo diverso, poi scrittore che racconta la propria morte imminente con una lucidità che fa tremare.

La scelta dei modi

Tiziano Terzani è famoso anche per una scelta radicale che aveva fatto nel 1993: un anno senza aerei. Per dodici mesi si spostò solo via terra e via mare – treni, barche, autobus – attraversando l’Asia in modo completamente diverso da quello a cui era abituato come corrispondente. Non per ideologia: per curiosità pura. Per vedere cosa succedeva se si rallentava davvero. Fu un anno che descrisse come uno dei più ricchi della sua vita.

Nel suo ultimo libro, Un altro giro di giostra, Terzani racconta la malattia – un cancro diagnosticato nel 1997 – come un’occasione per esplorare un altro modo di vivere. Non la nega, non la combatte solo con la medicina convenzionale: la guarda, la interroga, ci dialoga. È un modo di morire? Forse. Ma è soprattutto un modo di vivere, uno di quei tanti modi di cui parla la frase.

Ciascuno di quei modi richiede un tipo di coraggio diverso. Il modo convenzionale – lavoro, famiglia, sicurezza – ha il coraggio della costruzione lenta. Il modo nomade, il modo dell’artista, il modo del malato che sceglie consapevolmente come affrontare la propria fine… ognuno ha il suo coraggio specifico e incomparabile. Terzani non dice quale sia migliore. Dice che esiste la possibilità reale di scegliere.

La frase come liberazione

Per molte persone questa frase arriva nel momento sbagliato e nel momento giusto allo stesso tempo: quando ci si sente bloccati in una vita che non si è scelto del tutto, quando sembra che le alternative siano sparite, quando ci si convince che le cose non possano essere diverse. La psicologia positiva chiama questo “learned helplessness”  (impotenza appresa): la convinzione che le proprie azioni non cambino l’esito delle cose, sviluppata dopo esperienze di mancanza di controllo.

Terzani non usava termini clinici, ma la sua frase fa esattamente quello che la terapia cerca di fare: ricordare che esiste la possibilità del cambiamento. E quella possibilità, quando la si vede davvero per la prima volta, cambia già qualcosa.

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