Paolo Crepet è uno degli psichiatri italiani che parla di educazione con più franchezza. La sua riflessione sui figli non riguarda i metodi pedagogici o le tecniche di comunicazione. Riguarda le priorità, quelle che i genitori scelgono, spesso senza accorgersene, e che i figli assorbono in silenzio molto prima di poterle nominare.

Perché Crepet dice che ognuno ha i figli che si merita
La frase di partenza è scomoda nel modo in cui solo le frasi vere sanno esserlo:
“Ognuno c’ha i figli che si merita.”
Non è una condanna, non è un giudizio morale nel senso retrivo del termine. È una descrizione di un meccanismo che Crepet ha osservato nel tempo e che la psicologia dello sviluppo conferma: i figli crescono dentro il clima emotivo e valoriale che trovano in casa, e quel clima lo costruiscono i genitori con quello che dicono, con quello che tacciono, e soprattutto con quello che fanno ogni giorno senza pensarci.
Il punto non è se i genitori siano brave persone nel senso astratto. Il punto è cosa trasmettono concretamente, attraverso i comportamenti ordinari della vita quotidiana. Un genitore che passa le serate a parlare di rate del mutuo, di bollette, di quanto costa tutto – anche se lo fa con le migliori intenzioni, anche se lo fa per proteggere la famiglia – sta trasmettendo un sistema di priorità ben preciso. Sta insegnando, senza dirlo, che il valore di una persona si misura in termini economici, che la vita è principalmente un problema da gestire, che l’orizzonte reale è quello delle preoccupazioni materiali.
Cosa manca quando si pensa solo al mutuo
Crepet non nega la realtà economica, sa benissimo che le famiglie hanno bisogni concreti e che le difficoltà finanziarie esistono. Quello che contesta è la progressiva colonizzazione della vita familiare da parte dell’ansia economica, fino al punto in cui non rimane spazio per altro. E quell'”altro” di cui parla non è qualcosa di vago o sentimentale: è la trasmissione di quello che lui chiama “la sacralità dell’amore, dell’amicizia, del merito e del coraggio”.
Sono parole che suonano alte, ma che nella pratica quotidiana si traducono in cose molto concrete: il tempo dedicato a un figlio non perché sia utile a qualcosa, ma semplicemente perché è bello stare insieme; la capacità di mostrare entusiasmo per qualcosa che non ha un rendimento economico; l’esempio di una vita in cui l’amicizia conta, in cui la lealtà conta, in cui si fa una cosa difficile perché è giusta anche se è costosa.
Le belle persone, dice Crepet, non vengono da genitori ricchi o da famiglie senza problemi. Vengono da genitori che, nonostante i problemi, hanno mantenuto viva una dimensione non transazionale della vita. Che hanno saputo ridere, entusiasmarsi, arrabbiarsi per le cose giuste, piangere senza vergogna. Che hanno mostrato ai figli un modo di stare nel mondo che non si riduceva alla gestione dell’emergenza economica.
Come si trasmette davvero un valore
Il meccanismo che Crepet descrive è quello dell’esempio silenzioso. I figli non imparano dai discorsi, o almeno, non dai soli discorsi. Imparano osservando. Imparano vedendo come il genitore reagisce quando qualcosa va storto, come tratta le persone che non possono dargli niente in cambio, cosa sceglie di fare nel tempo libero, di cosa si appassiona, cosa rispetta e cosa disprezza. Tutti questi segnali, mandati in modo del tutto inconsapevole nel corso degli anni, costruiscono l’immagine del mondo che il figlio porterà con sé per tutta la vita.
Questo è il senso della frase “ognuno ha i figli che si merita”: non è una punizione, è una responsabilità. I genitori sono i primi modelli – gli unici, per i primi anni cruciali della vita – e quello che modellano non è il comportamento superficiale del figlio, ma la sua struttura profonda: il modo in cui guarderà agli altri, il tipo di cose che troverà importanti, la capacità o l’incapacità di fidarsi del mondo.
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Perché questa lezione vale anche fuori dalla famiglia
Crepet non limita questa riflessione ai genitori biologici. Il meccanismo che descrive vale per chiunque abbia una posizione di riferimento nella vita di un giovane: insegnanti, allenatori, parenti, figure di comunità. La domanda che pone – implicitamente ma in modo molto chiaro – è sempre la stessa: cosa stai trasmettendo, al di là di quello che dici? Cosa vede questa persona giovane quando ti osserva vivere?
È una domanda che non ammette risposte teoriche. La risposta si trova nei comportamenti quotidiani, nelle abitudini, nelle priorità implicite, in tutto quello che facciamo quando non stiamo cercando di fare bella figura, quando siamo stanchi, quando non c’è nessuno che ci guarda. O almeno, quando crediamo che non ci sia nessuno che ci guarda. I figli, invece, guardano sempre.
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