Perché gli adolescenti si allontanano proprio da chi li ama di più? Le risposte di Umberto Galimberti e Alberto Pellai

A un certo punto il figlio smette di raccontare. Non risponde alle domande, si chiude in camera, preferisce i messaggi agli abbracci, guarda i genitori come se fossero estranei che non capiscono nulla. I genitori si sentono rifiutati, e spesso si chiedono cosa hanno fatto di sbagliato. Umberto Galimberti e Alberto Pellai, due delle voci più autorevoli in Italia sull’adolescenza, rispondono a questa domanda con una precisione che vale la pena ascoltare: quello che sembra un rifiuto non lo è. È qualcosa di molto più complicato  e molto più necessario.

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Cosa dice Galimberti: allontanarsi per diventare se stessi

Umberto Galimberti è filosofo, psicoanalista e professore emerito all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha dedicato una parte significativa del suo lavoro all’adolescenza, in particolare nel volume L’ospite inquietante (Feltrinelli, 2007), in cui analizza il malessere giovanile nella società contemporanea. La sua posizione sul distacco adolescente è netta:

“L’adolescente non si allontana dai genitori perché li odia, ma perché ha bisogno di diventare se stesso.” – Umberto Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, 2007

La frase sembra semplice. Non lo è. Galimberti sta descrivendo un meccanismo psicologico preciso: per costruire un’identità propria, il figlio adolescente ha bisogno di separarsi – emotivamente, prima ancora che fisicamente – dai genitori. Finché il genitore è troppo presente, troppo coinvolto, troppo protettivo, non c’è spazio in cui il figlio possa sperimentare chi è.

Il distacco non è ostilità: è un movimento necessario verso l’autonomia. Il problema, spiega Galimberti, è che la società contemporanea ha prodotto genitori che faticano a sopportare quella distanza, che vivono il ritiro del figlio come un fallimento personale, come un segnale che qualcosa è andato storto. E questa difficoltà dei genitori, paradossalmente, rende il processo ancora più difficile per i figli.

L’adolescente che si allontana non sta dicendo “non ti voglio”. Sta dicendo “ho bisogno di spazio per capire chi sono”. La differenza è fondamentale, anche se, nell’immediato, provoca lo stesso dolore.

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Cosa dice Pellai: costruire sé stessi non è abbandonare chi si ama

Alberto Pellai è medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva all’Università degli Studi di Milano, autore di numerosi libri sull’adolescenza rivolti sia ai ragazzi che ai genitori. In L’età dello tsunami (De Agostini, 2016) – il libro in cui descrive l’adolescenza come un periodo di trasformazione radicale e improvvisa – ha formulato un concetto che molti genitori hanno trovato utile:

“Il figlio che si allontana non vi sta dicendo che non vi vuole bene: vi sta dicendo che sta cercando di costruire se stesso.” – Alberto Pellai, L’età dello tsunami, De Agostini, 2016

Pellai lavora molto sull’interpretazione dei comportamenti adolescenti da parte dei genitori. Uno degli errori più comuni, spiega, è leggere il ritiro come rifiuto, come se il figlio che non racconta più, che preferisce gli amici alla famiglia, che reagisce con irritazione alle domande, stesse esprimendo una critica verso i genitori.

Quella lettura, dice Pellai, è quasi sempre sbagliata. E produce una risposta sbagliata: il genitore si irrigidisce, insiste, pressa, e il figlio si allontana ancora di più, non per cattiveria, ma perché la pressione rende ancora più difficile il processo di costruzione di sé.

Il distacco dell’adolescente, nella lettura di Pellai, non è una rottura: è una fase. Una fase necessaria, che richiede ai genitori di fare qualcosa di controintuitivo: lasciare andare, restare disponibili senza essere invadenti, continuare a esserci senza pretendere che il figlio lo dimostri con le stesse modalità dell’infanzia.

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Perché avviene proprio con chi si ama di più

Galimberti e Pellai convergono su un punto che molti genitori trovano difficile da accettare: il distacco è più intenso, più doloroso, più conflittuale proprio con chi il figlio ama di più. Non con i parenti lontani, non con i conoscenti: con i genitori. Con le persone che contano davvero.

Il motivo è psicologicamente preciso. Per separarsi da qualcuno, bisogna prima essersi attaccati a quel qualcuno. Il legame è la precondizione della separazione. Un figlio che non ha avuto un attaccamento solido con i genitori non ha bisogno di separarsi con la stessa intensità: non c’è abbastanza distanza emotiva da cui prendere le misure.

Il figlio che si allontana con più forza, che discute di più, che mette in discussione tutto quello che i genitori dicono e pensano, è spesso quello che ha avuto il legame più saldo. L’adolescenza è il momento in cui quel legame viene rinegoziato: non cancellato, ma trasformato in qualcosa di diverso, più paritario, più adulto.

Quello che i genitori vivono come un attacco è, in realtà, una forma di fiducia: il figlio testa i limiti proprio con chi sa che non sparirà.

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Cosa possono fare i genitori

Né Galimberti né Pellai propongono soluzioni semplici. Entrambi insistono su un punto: la risposta utile non è controllare il distacco, è cambiare il modo in cui lo si legge.

Il genitore che interpreta il silenzio del figlio come rifiuto tende a reagire con insistenza, con domande, con tentativi di recuperare la vicinanza che c’era prima. Quella reazione, il più delle volte, ottiene l’effetto opposto. Il figlio si sente pressato — e si ritira ancora di più.

Il genitore che riesce a interpretare quel silenzio come un processo di costruzione dell’identità può fare qualcosa di più utile: restare presente senza essere invadente, lasciare la porta aperta senza pretendere che il figlio la attraversi ogni giorno, essere disponibile senza fare della disponibilità una rivendicazione.

Pellai usa un’immagine concreta: il genitore dell’adolescente deve imparare a essere come un faro: fermo, visibile, lì. Non come un rimorchiatore che va a recuperare la nave. La nave sa dove è il faro. Tornerà quando ne avrà bisogno.

Galimberti aggiunge una dimensione più filosofica: i genitori che riescono a reggere il distacco senza disperarsi, senza interpretarlo come fallimento, regalano al figlio qualcosa di essenziale: la prova che si può essere amati senza essere soffocati. Quella prova è la base su cui il figlio costruirà, più avanti, le sue relazioni adulte.

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Quello che sembra la fine è l’inizio di qualcosa

Il distacco adolescente fa male. Non è un problema di interpretazione: fa male davvero, anche quando lo si capisce, anche quando si sa che è necessario. I genitori che lo attraversano non stanno esagerando la loro sofferenza.

Ma Galimberti e Pellai indicano entrambi la stessa direzione: quella sofferenza, se ascoltata, può diventare un’occasione. L’occasione di ripensare il rapporto con il figlio non come qualcosa di fisso, ma come qualcosa che si trasforma, e che, se si riesce a non combatterlo, si trasformerà in qualcosa di più solido di prima.

Il figlio che a quindici anni non racconta niente, a venticinque spesso racconta tutto. Non perché i genitori abbiano fatto qualcosa di speciale nel mezzo, ma perché hanno avuto la pazienza di aspettare senza sparire.

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