Quando una stanza in penombra ci fa sentire al sicuro: Hammershøi, Bachelard e la poesia della casa d’inverno

Ci sono sere d’autunno in cui la luce fuori cala presto e dentro la casa diventa una questione di quanto si tiene accesa la lampada, di dove ci si siede, di se si lascia aperta la porta sul corridoio o la si chiude. Non è solo una questione pratica: è qualcosa di più antico, di più fisico. Il desiderio di casa – di uno spazio raccolto, delimitato, in penombra – si fa più forte quando il buio arriva prima. E c’è un pittore danese di fine Ottocento e un filosofo francese del Novecento che, indipendentemente, hanno detto qualcosa su questo che vale la pena leggere insieme.

stanza in penombra
Vilhelm Hammershøi, La danza dei granelli di polvere nei raggi di sole (1900), Ordrupgaard di Copenaghen – Riadattato con AI per esigenze di pubblicazione

Il quadro: la danza dei granelli di polvere

“La casa è il nostro primo universo, un vero cosmo in tutti i sensi della parola. Se la si considera intimamente, il più umile rifugio è bello.” – Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, 2006 (ed. or. 1957), trad. di Ettore Catalano

Vilhelm Hammershøi nacque a Copenaghen nel 1864 e morì nel 1916. In Italia è quasi sconosciuto; in Danimarca è considerato uno dei più grandi pittori del paese. Dipingeva stanze. Non paesaggi, non ritratti nel senso tradizionale, non scene di storia: stanze. Interni di case reali – soprattutto la sua, al numero 30 di Strandgade, a Copenaghen – con finestre che danno sulla luce grigia del nord, porte socchiuse che aprono su altre stanze, e spesso una figura di spalle, quasi sempre una donna, che non guarda lo spettatore.

Il quadro di riferimento più immediato per quello che si vuole dire è Støvkornenes dans i solstrålerne, letteralmente “La danza dei granelli di polvere nei raggi di sole”, del 1900, conservato all’Ordrupgaard di Copenaghen. È una stanza vuota. Non c’è nessuna figura umana: solo una finestra con tendine bianche che lascia entrare la luce di sbieco, e in quella luce si vedono i granelli di polvere che fluttuano nell’aria. Nient’altro. Eppure il quadro non è desolato: è pieno di qualcosa di difficile da nominare: di presenza senza persona, di vita che continua anche quando non c’è nessuno a guardarla.

L’altro quadro, Interno, Strandgade 30 (1901), è forse ancora più caratteristico. Una donna di spalle, in abito scuro, si trova in una stanza da cui si aprono porte verso altri ambienti: un corridoio di spazi in fuga verso il fondo. Non sappiamo chi sia, non vediamo il suo viso. Sappiamo dove si trova: a casa, in una stanza, in penombra. Ed è tutto quello che ci serve sapere.

Vilhelm Hammershø, Interno, Strandgade 30
Vilhelm Hammershø, Interno, Strandgade 30 (1901), particolare

 

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Bachelard e la casa come cosmo interiore

Gaston Bachelard pubblicò La poetica dello spazio nel 1957. Non è un libro di architettura né di psicologia nel senso stretto: è una fenomenologia dell’abitare, un tentativo di capire cosa succede dentro di noi quando siamo in certi spazi.

Il capitolo sulla casa è il cuore del libro: Bachelard sostiene che la casa non è solo un luogo fisico dove viviamo: è la struttura che dà forma alla nostra vita interiore:

“La casa è il nostro primo universo”, scrive, e intende dire che è il posto dove impariamo per la prima volta cosa significa sentirsi al sicuro, cosa significa avere un dentro e un fuori, cosa significa essere protetti.

Per Bachelard, i luoghi più potenti della casa sono i luoghi raccolti: l’angolo, la soffitta, il ripostiglio, la stanza in penombra. Non gli spazi aperti e luminosi; quelli appartengono all’esterno, al sociale, al movimento. Ma gli angoli. Scrive:

“L’angolo è un rifugio che ci assicura un primo valore dell’essere: l’immobilità.”

Un essere che ha trovato un angolo non ha più bisogno di guardare oltre. È arrivato.

La finestra, nel pensiero di Bachelard, è un elemento di confine: separa il dentro dal fuori, il caldo dal freddo, il protetto dall’esposto. In inverno quella separazione si fa più fisica, più sentita. La luce che entra di sbieco da una finestra in una stanza in penombra non illumina la stanza: la qualifica. Dice: qui dentro è un posto diverso da lì fuori. E quella differenza è il principio dell’intimità.

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Il collegamento: cosa hanno in comune Hammershøi e Bachelard

Hammershøi non aveva letto Bachelard: La poetica dello spazio fu pubblicata vent’anni dopo la morte del pittore. Ma entrambi stavano descrivendo la stessa cosa da direzioni diverse: uno con il pennello, l’altro con le parole.

Le stanze di Hammershøi non sono vuote nel senso di abbandonate. Sono vuote nel senso di disponibili: spazi che aspettano di essere abitati con la sola presenza del corpo, senza bisogno di riempirle di oggetti o di movimenti. I granelli di polvere che danzano nei raggi di sole sono la vita della stanza: piccola, invisibile quasi, ma reale. La donna di spalle non guarda lo spettatore perché non ne ha bisogno: è già dentro, già a casa, già al sicuro.

È esattamente quello che Bachelard chiama “la quiete dell’angolo”: uno spazio in cui la mente può fermarsi, in cui non è necessario difendersi da niente, in cui il corpo sa di non essere esposto. E in inverno – quando la luce fuori è più corta, quando il freddo rende fisicamente percepibile la differenza tra dentro e fuori – quella quiete diventa ancora più necessaria, ancora più cercata.

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Come creare un angolo alla Bachelard

Non serve ristrutturare. Bachelard stesso insiste su questo: il rifugio non è una questione di dimensioni o di lusso, ma di intenzione. L’idea è quella di uno spazio della casa che sia dichiaratamente tuo: una sedia vicino a una finestra, una lampada orientata in modo da creare un cono di luce intorno a te invece di illuminare tutta la stanza, un angolo che ha poche cose ma quelle giuste: un libro, una coperta, una tazza.

L’obiettivo è la delimitazione. Quando una parte di spazio è delimitata – anche solo dalla luce, anche solo da una disposizione di oggetti – il corpo lo percepisce come un posto diverso dagli altri. Un posto in cui si può essere fermi senza sentirselo come uno spreco. Un posto in cui la finestra che dà sul buio di fuori non è una mancanza: è la conferma che si è dentro.

Hammershøi ha dipinto queste stanze ogni giorno, per trent’anni, come se ogni volta ci fosse qualcosa di nuovo da capire. Forse aveva capito che gli spazi silenziosi non si esauriscono: si approfondiscono.

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