Quando finisce un amore soffri della tua identità perduta: Galimberti ti spiega perché devi recuperare te stesso

C’è un istante preciso in cui un amore finisce e noi crediamo di sapere già cosa stiamo perdendo: la persona, i ricordi, le abitudini. E invece no, il dolore più profondo non sta lì. Sta altrove, in un punto decisamente meno comodo da guardare, perché riguarda noi, non l’altro. Forse abbiamo chiamato “amore” anche il sentirci qualcuno solo perché qualcuno ci riconosceva. E allora, quando tutto si interrompe e va in pezzi, bisogna chiedersi: cosa succede a noi, quando smettiamo di essere lo sguardo di qualcuno?

Quando finisce un amore

Se lo specchio che si spezza non era amore

Quando finisce un amore, diventiamo rapidamente narratori di conforto. Costruiamo spiegazioni ordinate, quasi rassicuranti: “non era quello giusto”, “ci siamo persi”, “meglio così”. Insomma, detto in una parola: ci autocommiseriamo.

Le diciamo a noi stessi con una convinzione che a tratti sembra più esercizio che verità, come se bastasse nominare la storia giusta per renderla meno dolorosa. Poi però arriva una frase che non ha bisogno di addolcimenti. Galimberti lo dice senza troppi giri di parole:

“Quando finisce un amore, non soffriamo tanto del congedo dell’altro, quanto del fatto che, congedandosi da noi, l’altro ci comunica che non siamo un granché.”

Ed è qui che si incrina tutto. Non è la perdita dell’altro a ferire di più, ma quella versione di noi stessi che, insieme a lui o lei, esce di scena senza troppe spiegazioni.

Valevamo davvero così poco? O abbiamo semplicemente affidato troppo di noi allo sguardo che ci faceva sentire “qualcuno”? Dentro la relazione eravamo sicuri, o almeno così sembrava: interessanti perché ascoltati, brillanti perché accolti, desiderabili perché scelti. Poi basta un “non funziona più”, pronunciato con una calma quasi burocratica, e diventiamo una versione da aggiornare.

Un esempio banale, ma estremamente convincente, lo conosciamo tutti: quando l’altro inizia a rispondere meno, e noi fingiamo lucidità. “È impegnato”, poi “strano”, poi iniziamo a rileggere ogni messaggio come se contenesse una sentenza nascosta. Senza accorgercene, il dialogo non è più con l’altro, ma con la nostra autostima. E lì succede il cortocircuito: non stiamo più cercando risposte, stiamo cercando conferme su chi siamo.

Chi siamo quando nessuno ci sta guardando come “amore”?

In gioco, come suggerisce Galimberti, è la nostra identità. E questa è una verità che ci costringe a guardarci senza il filtro gentile dell’innamoramento. Per un certo tempo, infatti, non siamo noi a definire chi siamo: lo riceviamo. Lo riceviamo dall’altro, dalle sue reazioni, dai suoi “mi piaci” detti con naturalezza, e persino dai suoi silenzi, che riusciamo sempre a interpretare come profondità e mai come semplice disinteresse (perché la fantasia, in amore, lavora straordinariamente bene).

Se (e quando) quello sguardo sparisce, noi chi diventiamo? Crediamo di vivere la relazione, ma spesso è la relazione che ci “scrive”. Ci assegna caratteristiche, quasi come etichette emotive: siamo quelli intensi, quelli complicati, quelli brillanti, quelli insicuri, quelli “speciali”. E noi, invece di verificare se sia vero, iniziamo a crederci con una certa comodità.

Basta osservare piccoli dettagli quotidiani per accorgersene. Cambiamo gusti musicali, modi di vestirci, abitudini che prima ci sembravano intoccabili. Non sempre per perderci, anzi: spesso per avvicinarci. A un certo punto, però, non sappiamo più distinguere cosa ci appartiene davvero e cosa abbiamo imparato a desiderare insieme a qualcuno.

Quando poi tutto finisce, non perdiamo soltanto una persona. Perdiamo una versione di noi stessi che esisteva solo dentro quello sguardo.

Come ricostruirsi?

Dopo il congedo arriva la parte che nessuno ci spiega davvero: il ritorno a noi stessi. Non quello cinematografico, con la pioggia giusta e la colonna sonora che sembra anticipare il finale.

“Ritrovati”, ci dicono. Consiglio semplice, quasi elegante. Peccato che, prima di tutto, bisognerebbe capire dove eravamo finiti, esattamente. Cartina alla mano, allora. Abbiamo disimparato a stare con noi stessi senza pubblico, senza che qualcuno ci guardasse costantemente. Abbiamo affidato la nostra identità all’amore ricevuto, all’approvazione, alla conferma. Quando tutto questo sparisce, non siamo vuoti: siamo solo disabituati a non essere definiti in tempo reale.

Pensiamo al quel sabato sera stranamente silenzioso senza inviti, nessuna chat attiva, nessun “che fai?”. All’inizio sembra una piccola sconfitta sociale. Poi restiamo lì, sul divano, un po’ inquieti. E il silenzio cambia natura: smette di essere assenza e diventa spazio. Dentro quello spazio compaiono pensieri nostri. Non filtrati, non approvati, semplicemente nostri.

Chi siamo quando non dobbiamo piacere a nessuno? Amore o amicizia che sia, è su quel punto della cartina che si deve mettere la croce e capire che, una volta finita la caccia al tesoro, il punto non è rincorrere chi se n’è andato, né consolarsi con l’idea del destino. È più radicale: riprenderci da noi stessi e scoprire che non eravamo spariti, ma eravamo solo in attesa di rientrare in noi stessi. 

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