Tupini: a cinquant’anni ti chiedi se sei vincente o perdente, ma conta solo quanto ti conosci, non quello che hai fatto

Cinquant’anni e stai facendo i conti, quei conti che si fanno anche se non si vuole farli, che arrivano da soli nella quiete di un pomeriggio o nell’insonnia di una notte. La carriera è andata come speravi? La famiglia è quella che immaginavi? Hai raggiunto quello che avevi in testa a trent’anni, quando tutto sembrava ancora possibile? Gabriella Tupini dice che stai facendo quei conti nel modo sbagliato. Non perché i conti non vadano fatti. Ma perché il metro che stai usando non misura quello che credi di misurare. Le domande giuste sono completamente diverse.

a cinquant'anni ti chiedi

Il bilancio dell’assurdità

“A cinquant’anni si fa un bilancio e ci si chiede se abbiamo raggiunto ciò che volevamo. Fare carriera, diventare qualcuno, fare dei figli… L’ho fatto? Se sì, bene, allora sono vincente. Non ho raggiunto i traguardi? Allora sono un perdente. Che assurdità!”

Gabriella Tupini non dice che i traguardi non contano o che le ambizioni siano sbagliate, dice qualcosa di più preciso. Che usarli come metro unico del valore di una vita intera è un’assurdità. Che applicare la logica vincente/perdente all’esistenza è un errore di categoria: stai usando parametri costruiti per misurare le gare, per misurare qualcosa che non è una gara, non ha regole uguali per tutti e non ha un arrivo prestabilito.

C’è qualcosa di particolarmente insidioso nella domanda “ho raggiunto quello che volevo?”, perché quello che si voleva a trent’anni non era necessariamente ciò che si aveva davvero bisogno. Era spesso quello che la cultura intorno diceva che bisognava volere. E giudicarsi su quei criteri è giudicarsi su una misura che forse non è mai stata la propria.

Abbiamo aperto le porte sbagliate

“Noi dobbiamo aprire migliaia di porte, e pensiamo a quello che facciamo in questo piccolo periodo di vita, perché è piccolissimo. Non è importante quello che facciamo, non conta nulla quello che facciamo, tanto lasciamo tutto. Portiamo la consapevolezza che abbiamo accumulato, quello è importante.”

L’immagine delle porte è potente e concreta: una vita intera dovrebbe aprirne migliaia – di esperienze, di relazioni, di idee, di modi di stare al mondo – esplorare, toccare, scoprire, sbagliare, tornare indietro, aprire un’altra porta. E noi spesso la riduciamo a un elenco ristretto di traguardi da spuntare in quello che Gabriella Tupini chiama un piccolo, piccolissimo frammento di tempo. Quello che si porta via alla fine – l’unica cosa che si porta davvero, perché tutto il resto rimane – non è il curriculum vitae. È la consapevolezza accumulata: la conoscenza di sé, la comprensione della vita, la capacità di essere presenti.

Mente o anima

“Lo stare bene dipende solo da quanto conosciamo noi stessi.”

Questa è la frase più breve e più densa di tutto il discorso di Gabriella Tupini. Non da quanto abbiamo ottenuto nel mondo esterno. Non da quanto abbiamo rispettato le regole che ci sono state date. Non da quanto siamo stati bravi secondo i parametri di qualcun altro che non eravamo noi. Da quanto conosciamo noi stessi: chi siamo davvero al di là dei ruoli, cosa ci muove, cosa ci fa stare bene o male, cosa cerchiamo nelle relazioni, cosa stiamo evitando da anni.

Gabriella Tupini aggiunge che chi ha rispettato tutte le regole senza fare questa domanda ha “alimentato la mente e non ha alimentato l’anima“. Ha costruito un curriculum di conformità senza costruire una vita interiore.

Il bilancio giusto a cinquant’anni

Non quanti traguardi hai raggiunto nella vita esterna, ma quanto ti conosci davvero. Non quanto hai ottenuto nel mondo, ma quanto sei consapevole di chi sei dentro. Quella domanda è più difficile e molto più utile di qualsiasi lista di risultati. E a differenza della carriera o dei figli, è una domanda a cui puoi ancora rispondere in modo diverso domani.

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