A volte una frase cambia significato proprio quando tutti cominciano a usarla. Diventa familiare, quasi innocua, e nessuno si chiede più da dove venga né perché sia stata scritta. È successo anche a Dante. Dietro quelle poche parole, oggi pronunciate con leggerezza, c’è una delle scene più spietate dell’Inferno: anime che non hanno fatto del male a nessuno, almeno in apparenza, e che proprio per questo ricevono una condanna sorprendente. Per capire perché, bisogna tornare indietro di sette secoli.

Quando non scegliere diventa una colpa
“Non ti curar di lor, ma guarda e passa.”
Forse, anzi, sicuramente, è una delle frasi di Dante che abbiamo fatto più nostra, al punto da averne quasi dimenticato la forma originale: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Nel linguaggio di tutti i giorni l’abbiamo trasformata in un invito semplice e immediato: non curarti delle critiche, delle provocazioni, delle persone che parlano alle tue spalle; lascia perdere e vai avanti.
Queste parole sono state pronunciate in un contesto molto più duro e significativo. Siamo nel III canto dell’Inferno della Divina Commedia, durante il viaggio del poeta attraverso il regno dei dannati. Dante, profondamente coinvolto nelle vicende politiche della Firenze del suo tempo e ormai lontano dalla sua città a causa dell’esilio, incontra insieme a Virgilio le anime degli ignavi, coloro che in vita non vollero mai prendere una posizione. Non ebbero il coraggio di scegliere il bene, ma nemmeno quello di schierarsi apertamente contro di esso. Preferirono restare nel mezzo, al riparo da ogni responsabilità. Ed è proprio davanti a queste anime, rifiutate persino dalla pietà dell’Inferno, che quelle parole acquistano il loro significato più profondo.
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Davanti alle anime senza coraggio
Ciò che colpisce, nella scelta di Dante, è soprattutto la durezza del giudizio. Nel suo universo morale non basta evitare il male: quando la vita impone di scegliere, anche il rifiuto di prendere posizione può diventare una responsabilità. È un pensiero particolarmente significativo per un uomo come Dante, che aveva conosciuto in prima persona le conseguenze delle proprie scelte politiche e dell’appartenenza a una parte.
L’esilio gli aveva insegnato quanto possa essere alto il prezzo di una decisione, ma anche quanto possa essere vuota un’esistenza trascorsa cercando continuamente di non compromettersi. Gli ignavi, allora, diventano qualcosa di più di semplici figure dell’Inferno: rappresentano la paura di esporsi, il desiderio di stare sempre dalla parte più conveniente, la tentazione di aspettare che siano gli altri a decidere. Ed è forse proprio questo che rende la loro condanna ancora così attuale: non ci mette davanti a mostri, ma a una debolezza profondamente umana.
Una scena antica che parla ancora di noi
Ed è qui che Dante, a distanza di sette secoli, riesce ancora a toccare qualcosa di molto vicino alla nostra vita. Pensiamo, per esempio, a una persona che viene umiliata davanti agli altri sul posto di lavoro. Tutti assistono, tutti capiscono che qualcosa non va, ma nessuno interviene. Qualcuno ha paura delle conseguenze, qualcun altro non vuole mettersi nei guai, qualcun altro ancora pensa: “Non sono affari miei”. Non sempre è facile esporsi e non ogni silenzio è vigliaccheria: a volte tacere è prudenza, altre volte è l’unico modo per proteggersi.
Quando smettiamo di essere prudenti e cominciamo semplicemente a non voler scegliere? È questo il filo che collega la Firenze medievale alla nostra quotidianità. Gli ignavi non sono condannati perché non hanno compiuto una grande impresa. Sono condannati perché, davanti alla possibilità di scegliere, hanno scelto di non farlo.
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Prima di passare, bisogna avere il coraggio di guardare
Forse è proprio questo il motivo per cui quella frase continua a vivere nel nostro linguaggio. “Guarda e passa” può essere un ottimo consiglio quando qualcuno cerca soltanto di provocarci: non tutto merita la nostra rabbia, il nostro tempo, la nostra attenzione. Ma nel testo di Dante c’è qualcosa di più inquietante. Prima di passare, bisogna guardare. Bisogna riconoscere ciò che abbiamo davanti e capire se possiamo davvero permetterci di andare oltre.
Dante non ci sta semplicemente dicendo di ignorare gli altri: ci sta mostrando il prezzo terribile dell’indifferenza quando diventa un modo per evitare ogni responsabilità. Ed è forse questa la parte più attuale della sua lezione. Dopo sette secoli, quelle anime continuano a correre davanti ai nostri occhi, ricordandoci che nella vita non sempre scegliere di non scegliere significa restare neutrali. A volte significa semplicemente aver scelto di non avere il coraggio di scegliere.
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