Viktor Frankl e Joan Didion ci spiegano come si ricomincia dopo aver perso tutto: ritrova la forza

Viktor Frankl e Joan Didion hanno perso tutto: in modi diversi, in epoche diverse, attraverso esperienze che non si confrontano, ma che convergono su una stessa domanda: come si ricomincia? Le loro frasi non si somigliano. Ma insieme dicono qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto dire da solo.

come si ricomincia dopo aver perso tutto

Cosa ci insegnano queste frasi di Frankl e Didion sul ricominciare

Viktor Frankl era uno psichiatra viennese sopravvissuto ad Auschwitz. Joan Didion era una scrittrice americana che ha raccontato, in prima persona e con una precisione devastante, la morte improvvisa del marito e poi della figlia. Due vite, due catastrofi, due lingue, due modi completamente diversi di stare nel dolore, e tuttavia entrambi ci hanno lasciato qualcosa di essenziale su come si attraversa la perdita totale e come, dall’altra parte, si trova ancora un motivo per andare avanti. Il confronto non è forzato: è il tipo di dialogo che solo le grandi esperienze limite permettono, al di là delle biografie.

  1. Quando il senso diventa l’unica bussola rimasta

“Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi qualsiasi come.” (Viktor Frankl, L’uomo in cerca di senso)

Viktor Frankl scrisse questa frase – che riprende Nietzsche rendendola propria attraverso l’esperienza dei campi di concentramento – nel libro che diventò la testimonianza fondamentale della sua vita.

Non è una frase di conforto nel senso ordinario: non promette che il dolore passerà, non dice che andrà meglio. Dice qualcosa di più preciso e di più duro: che la capacità di sopportare non dipende dalle circostanze, ma dal senso che si riesce ad attribuire alla propria esistenza.

Frankl aveva osservato nei lager che le persone che sopravvivevano più a lungo non erano necessariamente le più forti fisicamente: erano quelle che avevano ancora qualcosa per cui tenere, un compito da compiere, una persona da ritrovare, un’idea da portare avanti. Il senso non elimina la sofferenza. La rende sopportabile.

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  1. Quando la sofferenza stessa diventa una scelta interiore

“A un uomo si può togliere tutto tranne l’ultima delle libertà umane: scegliere il proprio atteggiamento in qualsiasi circostanza.” (Viktor Frankl, L’uomo in cerca di senso)

Questa seconda citazione di Viktor Frankl radicalizza la prima. Se la prima parla di senso – di avere un perché – questa parla di libertà, intesa in senso puramente interiore: la libertà di scegliere come rispondere a ciò che accade, anche quando non si sceglie ciò che accade.

Non è stoicismo nel senso della rassegnazione. È la rivendicazione di uno spazio – piccolo, a volte minuscolo – che nessuna circostanza esterna può occupare. Frankl lo chiama “l’ultima delle libertà umane” perché sa che è davvero l’ultima: può venire dopo che tutto il resto è stato tolto. Ma finché c’è, c’è qualcosa da cui ricominciare.

  1. Quando il lutto non si lascia descrivere

“Il dolore del lutto è un prezzo dell’amore. Non è un prezzo che smetti di pagare.” (Joan Didion, L’anno del pensiero magico)

Joan Didion scrisse L’anno del pensiero magico nell’anno successivo alla morte improvvisa del marito John Gregory Dunne, mentre la figlia era in terapia intensiva. Lo scrisse per capire, non per consolare, non per superare, non per arrivare da qualche parte. E questa frase sintetizza una delle scoperte più dolorose del libro: che il lutto non si risolve, non si elabora nel senso di una guarigione che porta da una parte all’altra. Rimane, cambia forma, diventa parte di chi si è.

Il prezzo dell’amore è un prezzo che si continua a pagare, non come punizione, ma come misura di quanto quella persona contava. Non c’è nulla di consolatorio in questa affermazione. C’è però qualcosa di vero, e il vero, anche quando fa male, aiuta a stare in piedi.

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  1. Quando la realtà si rompe e non torna com’era

“La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Ti siedi a cena e la vita che conoscevi è finita.” (Joan Didion, L’anno del pensiero magico)

Questa è forse la frase più nota di Joan Didion, e la sua forza sta nella semplicità brutale. Non c’è metafora, non c’è elaborazione letteraria: c’è la descrizione esatta di come funziona la catastrofe. Non arriva annunciata. Non dà il tempo di prepararsi. Si siede a cena – un gesto ordinario, uno dei più quotidiani che esistano – e il mondo finisce.

Joan Didion non usa questa frase per fare del pessimismo: la usa per dire la verità su come funziona il dolore improvviso, quella specie di scossa che rompe il tessuto della vita normale e lascia un bordo frastagliato da cui non si torna al com’era prima. Riconoscere questo non è disperazione: è il primo passo per smettere di aspettarsi di tornare dove si era, e cominciare a capire dove si è adesso.

Perché il dialogo tra Frankl e Didion dice qualcosa che nessuno dei due dice da solo

Messi in fila, questi quattro frammenti costruiscono qualcosa di più di un elenco di citazioni sulla perdita. Viktor Frankl e Joan Didion si avvicinano al dolore da direzioni opposte: lui cerca il senso come ancora di salvezza, lei descrive il lutto senza cercarne uno.

Frankl dice che c’è sempre una libertà interiore da esercitare; Didion dice che certe cose si spezzano e non si riattaccano come prima. Ma entrambi arrivano allo stesso punto implicito: che ricominciare non significa ritornare. Significa trovare – o costruire – un modo di stare nel nuovo mondo che è rimasto dopo che il vecchio è finito. Non lo stesso di prima. Qualcosa di diverso, di più difficile, di forse più onesto.

Chi ha perso tutto non cerca risposte pronte: le rifiuterebbe, e avrebbe ragione. Ma a volte una frase, trovata nel momento giusto, dice esattamente quello che si stava cercando di formulare da soli senza riuscirci. Viktor Frankl e Joan Didion hanno scritto quelle frasi. Sono lì, e aspettano il momento in cui diventano necessarie.

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