Massimo Recalcati ci spiega come liberarci dalla depressione e dai pensieri malinconici per ritrovare serenità

Massimo Recalcati è lo psicoanalista italiano che più di altri ha saputo portare il pensiero di Lacan fuori dagli spazi accademici e dentro la vita quotidiana. Il suo approccio alla depressione è controintuitivo, disturbante e, proprio per questo, utile.

come liberarci dalla depressione e dai pensieri malinconici

Perché combattere la depressione non funziona

La strategia che la cultura contemporanea propone contro la depressione è quasi sempre la stessa: combatterla. Pensare positivo. Tenere a bada i pensieri negativi. Costruire abitudini sane, fare esercizio, dormire bene, ridurre gli schermi. Tutto questo può aiutare – e alcune di queste cose aiutano davvero – ma Massimo Recalcati suggerisce che, nella depressione vera, manca qualcosa di fondamentale. Manca la disposizione a guardare dentro, non solo a gestire il fuori.

Il suo punto di partenza è preciso:

“Per riuscire a sollevarsi dalla depressione bisogna fare amicizia con la propria merda.”

La brutalità del linguaggio è voluta. Recalcati usa questa parola – non un eufemismo, non una perifrasi – per segnalare che si sta parlando di qualcosa che la mente vuole respingere, nascondere, ignorare. Quella parte di sé che si vergogna di mostrare, che si tiene fuori dalla porta, che si considera incompatibile con l’immagine che si vuole dare agli altri e a se stessi. E dice che finché si continua a tenerla fuori dalla porta, la depressione rimane.

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Come si fa amicizia con la propria parte più oscura

L’idea di Recalcati non è che il disagio sia bello, né che la sofferenza abbia un valore in sé. È un’idea molto più specifica: che la guerra interna – la battaglia quotidiana contro le proprie parti rifiutate – sia più distruttiva della parte che si combatte. Si può vivere con l’ombra. Non si può vivere in guerra continua con la propria ombra.

Fare amicizia con la propria merda, nel senso in cui lo intende Recalcati, significa riconoscere. Non celebrare, non giustificare, non smettere di voler migliorare: riconoscere. Guardare quello che c’è – la rabbia che si vergogna di ammettere, la tristezza che si è imparato a tenere a bada, la paura che si maschera con l’ironia, il senso di inadeguatezza che si nasconde dietro la sicurezza – e dargli un nome, invece di continuare a fare finta che non ci sia.

Aggiunge una seconda frase che completa la prima:

“Bisogna riconoscere il proprio peggio, quello che si rifiuta di sé, e che invece può essere una grande opportunità.”

Opportunità, non peso. Non qualcosa da smaltire in segreto, ma qualcosa da cui può nascere qualcosa di autentico. Questa inversione è il cuore del suo approccio.

Dove il letame diventa terreno fertile

Recalcati porta qui una citazione di Fabrizio De André che diventa, nel suo uso, un’immagine clinica oltre che poetica:

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.”

De André la scrisse come critica sociale: i privilegiati producono sterile bellezza, i marginali generano vita vera. Recalcati la rilegge come metafora psichica: le parti lucide, presentabili, già risolte di sé non generano trasformazione. Le parti oscure, rifiutate, quelle che si ha vergogna di ammettere, sono il terreno da cui nasce qualcosa di nuovo.

Non è un invito all’autocommiserazione. Non è nemmeno un invito a compiacersi dei propri difetti. È qualcosa di più preciso: è l’idea che la psiche si trasformi non quando si lavora sulle parti che funzionano già, ma quando si è disposti a stare con quelle che non funzionano. Quando si smette di usare tutta l’energia per tenere fuori il disagio, quella stessa energia diventa disponibile per qualcosa d’altro.

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Quando la malinconia diventa una bussola invece di un peso

C’è una distinzione importante che bisogna fare tra la depressione e la malinconia. La depressione è una chiusura: il mondo diventa piatto, privo di interesse, incapace di produrre desiderio. La malinconia ha una qualità diversa: è una tristezza che conserva ancora un legame con qualcosa: con ciò che si è perso, con ciò che non si è ancora trovato, con una mancanza che dice ancora qualcosa su chi si è.

La malinconia, in questa lettura, non è un sintomo da eliminare, ma un segnale da ascoltare. Dice: c’è qualcosa di importante qui. Qualcosa che non si è ancora capito. Qualcosa che si è perso e che vale la pena di cercare. Non sempre è confortante saperlo. Ma è più utile di spegnerla senza capire cosa stava cercando di dire.

Fare amicizia con la propria parte oscura significa anche questo: ascoltare la malinconia invece di combatterla. Non per restare fermi in essa – l’obiettivo è sempre trovare una via d’uscita – ma per capire da dove viene e cosa chiede. Spesso, quella comprensione è già una forma di movimento.

Perché la serenità autentica non è assenza di ombre

L’immagine della serenità che la cultura contemporanea propone è quasi sempre quella della luce: pensieri positivi, gratitudine, concentrarsi su ciò che va bene. Recalcati propone un’immagine diversa. La serenità autentica non è l’assenza di ombre: è la capacità di stare con le proprie ombre senza esserne sopraffatti. Non è il cielo senza nuvole: è la capacità di guardare le nuvole senza identificarsi con loro, di sapere che ci sono e che passeranno, senza dover fingere che il cielo sia sempre sereno.

Questa serenità si conquista – e Recalcati è esplicito su questo – non rimuovendo le parti difficili di sé, ma integrandole. Non cacciandole via, ma trovando un modo di stare con loro che non le lasci dominare. È un lavoro che non si finisce mai, e che di solito richiede tempo, e spesso un interlocutore: un terapeuta, un analista, qualcuno con cui parlare in modo onesto. Ma comincia sempre dallo stesso punto: dal riconoscimento che le parti che si rifiuta di vedere sono ancora lì, che non scompaiono perché si ignorano, e che l’unico modo per cominciare a trasformarle è smettere di fuggire da esse.

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