Alcuni dei tuoi figli sono le tue giustificazioni, altri solo i tuoi rimpianti: una citazione di Khalil Gibran

Ci sono frasi che fanno male con la precisione di uno spillo, non perché attacchino, ma perché descrivono qualcosa che già si sa e che si preferisce non guardare in faccia. Questa di Kahlil Gibran è esattamente di quel tipo. Non accusa, non giudica, non prescrive come comportarsi. Descrive. E in quella descrizione c’è qualcosa che molti genitori riconoscono con un senso di scomodo riconoscimento che non è facile ignorare una volta che ci si è fermati a pensarci.

Alcuni dei tuoi figli

I nostri figli: giustificazioni o rimpianti

“Alcuni dei nostri figli sono le nostre giustificazioni, altri sono solo i nostri rimpianti.”

La struttura è quella della distinzione scomoda e molto precisa: non tutti i figli occupano lo stesso posto nella vita emotiva dei genitori, e quel posto – giustificazione o rimpianto – non dipende sempre dalla relazione con il figlio né da quello che il figlio è o fa. Dipende da quello che il genitore porta con sé.

Le giustificazioni

Un figlio diventa “giustificazione” quando viene usato – inconsapevolmente, spesso, senza cattive intenzioni ma con grande effetto – per spiegare le scelte della propria vita. “L’ho fatto per i figli.” “Non potevo andarmene, per via dei figli.” “Ho rinunciato a quella cosa per loro, per dare loro stabilità.”

Il figlio diventa il senso ultimo di decisioni che forse non si avrebbe avuto il coraggio di prendere altrimenti per ragioni proprie, o il paravento dietro cui nascondere scelte che avevano motivazioni diverse da quelle dichiarate.

Questa frase mi ha fermata a lungo, molto di più di quanto mi aspettassi. Non perché mi riconosca in modo netto e definitivo in una delle due categorie: la realtà è probabilmente più sfumata di quanto qualsiasi etichetta consenta. Ma perché mi ha fatto interrogare su quanto spesso, anche inconsapevolmente, si usa il figlio come risposta a domande che andrebbero fatte a se stessi. Come schermo, come spiegazione, come destinazione.

I rimpianti

Un figlio diventa “rimpianto” quando porta con sé, spesso senza saperlo e senza averlo scelto, la traccia di quello che non si è fatto, di chi non si è stati, di quello che la vita avrebbe potuto essere e non è stato. Non è necessariamente una colpa cosciente o deliberata; è una struttura emotiva che si costruisce spesso senza intenzione e senza consapevolezza diretta. Ma il peso che il figlio si trova a portare, in questo caso, è quello della vita non vissuta dal genitore: un peso che non gli appartiene in nessun modo.

La scomoda lucidità di Gibran

Gibran non offre vie d’uscita consolatorie e non propone soluzioni pratiche su come comportarsi diversamente. Non dice come evitare queste dinamiche, non spiega come diventare un genitore che non le vive. Fotografa quello che esiste con la stessa lucidità con cui ne Il Profeta aveva scritto che i figli non appartengono ai genitori. che passano attraverso di loro come frecce scoccate verso il futuro, ma non vengono da loro e non sono loro.

Le due frasi si tengono insieme con grande coerenza. Se i figli non sono “nostri” nel senso profondo del termine, se hanno un’anima nuova e propria che non dipende dall’anima dei genitori, allora usarli come giustificazioni o portarli come rimpianti è già di per sé un errore fondamentale: scambiare qualcuno che ha la propria vita per uno specchio in cui vedere la propria, o per una tela su cui proiettare quello che si è stati o che non si è riusciti a essere.

Kahlil Gibran è stato poeta, scrittore e filosofo libanese naturalizzato americano, nato nel 1883 e morto nel 1931, autore de Il Profeta, tra i libri più tradotti e più letti del mondo dopo la Bibbia, e di molte altre opere di poesia e prosa filosofica.

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