Quanti anni hai? E quanti di quegli anni senti di aver davvero vissuto – non attraversato con la mente altrove, non sopravvissuto in attesa che finisse qualcosa, non trascorso in modalità automatica aspettando che arrivasse il momento giusto – ma vissuto completamente, con la sensazione netta di essere nel posto giusto, a fare la cosa giusta, di essere finalmente te stesso? Alessandro Baricco ha una risposta precisa e un po’ tagliente a quella domanda. E vale la pena portarla con sé.

Viviamo davvero solo una piccola parte dei nostri anni
“La gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Il resto del tempo è tempo che passa ad aspettare o a ricordare.”
C’è qualcosa di malinconico e di liberatorio allo stesso tempo in questa frase, e le due cose non si escludono. Malinconico perché implica che una parte grande del tempo – forse la maggior parte – sia aspettare o ricordare invece di vivere davvero. Liberatorio perché implica qualcosa di importante: esiste qualcosa per cui sei nato, qualcosa di specifico e tuo, e quando lo trovi e lo fai, quella è la vita vera. Non aspettare, non ricordare: essere lì.
Aspettare o ricordare
Baricco divide il tempo che non è vita vera in due categorie precise e riconoscibili. Aspettare: stai nel posto sbagliato, stai facendo la cosa sbagliata o non abbastanza tua, stai aspettando che arrivi il momento giusto per iniziare davvero quello che vuoi fare, stai aspettando le condizioni perfette che non arriveranno mai. Ricordare: sei già passato attraverso qualcosa di vivo, qualcosa che era davvero tuo, e adesso lo guardi da lontano con nostalgia e con la sensazione di averlo lasciato andare troppo presto.
Entrambe sono forme di distanza dal presente, dal momento in cui si è davvero. Passare il tempo in queste due modalità non è sempre evitabile: a volte è inevitabile, a volte è necessario attraversarle. Ma riconoscere in quale delle due ci si trova è già qualcosa di importante: stai aspettando o stai vivendo?
Ciò per cui sei nato
Questa è la parte più misteriosa della frase ,e la più importante. Non dice “ciò che hai scelto” o “ciò che ti sei prefissata”. Dice “ciò per cui è nato”. Come se ci fosse qualcosa di specifico che appartiene a te, qualcosa che riconosci quando lo incontri perché ti fa sentire finalmente al posto giusto.
Non è necessariamente un lavoro. Può essere un modo di stare nelle relazioni, un tipo di creazione, una forma di cura, un modo di pensare. Qualcosa che quando lo fai produce quella sensazione precisa che Baricco chiama “lì, è felice”: non un’emozione temporanea, ma uno stato di corrispondenza tra chi sei e quello che fai.
Stai aspettando o vivendo?
Baricco non dà una ricetta per trovare quella cosa, dice solo che esiste, e che quando la trovi lo sai. La domanda pratica da portare con sé – quella che vale la pena farsi con onestà – è: in questo periodo della mia vita, sto aspettando che arrivi qualcosa di migliore o di più giusto, oppure sto già dentro a quello per cui sono nato?
Se stai aspettando – aspettando di finire qualcosa che pesa, di iniziare qualcosa che sogni, che le condizioni migliorino fino al punto in cui sarà finalmente il momento – vale la pena fermarsi su una domanda molto concreta: aspettando cosa, esattamente? Quella domanda, posta con precisione, a volte rivela che le condizioni giuste non stanno arrivando: sei tu che non stai iniziando.
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