Recalcati: “Io dico ti amo ai miei figli, nessuno può spiegare cosa si deve fare per essere un buon genitore”

Dici “ti amo” ai tuoi figli? O pensi che sia meglio fermarti a “ti voglio bene”, perché qualcuno ti ha detto che è più corretto, più appropriato, che “ti amo” è una parola riservata al partner e che usarla con i figli crei confusione? Il dibattito è esploso dopo che la psicologa Stefania Andreoli ha sostenuto pubblicamente che dire “ti amo” ai figli non sarebbe corretto, che la parola giusta sia “ti voglio bene”, perché l’amore romantico e l’amore genitoriale sono cose diverse e devono avere nomi diversi. È una posizione che ha generato molto rumore e molto disaccordo. Massimo Recalcati ha una posizione molto chiara. E parte da sé.

dico ti amo ai miei figli

Recalcati: “Io dico ti amo ai miei figli”

“Io dico ti amo ai miei figli, l’ho sempre detto, dico che sono degli amori.”

Recalcati parte da sé, non da una teoria, non da una posizione teorica di scuola. Parte da quello che fa concretamente e ha sempre fatto con i suoi figli nel quotidiano. E lo dice senza riserve, senza mettersi sulla difensiva, senza sentire il bisogno di giustificarsi con argomenti accademici.

Il modo cambia, non le parole

“È chiaro che il modo di dire ti amo ai miei figli non è quello che uso per dire ti amo a mia moglie: cambia il tono, cambia il modo, cambia l’intenzionalità.”

Questa è la distinzione fondamentale che Recalcati fa con precisione. Non è la parola in sé a definire il tipo di amore, ma è tutto quello che la circonda e che la abita. Il contesto, il tono, la relazione specifica, il momento. Dire “ti amo” a un figlio di sei anni mentre si gioca insieme è qualcosa di completamente diverso dal dirlo a un partner nell’intimità. Le stesse parole, usate in relazioni completamente diverse, significano cose diverse. E questo è ovvio per chiunque ami davvero.

Non esiste un vademecum

“Quello che io trovo poco interessante nel dibattito sul dire ti amo ai figli è che nessuno può spiegare a un genitore cosa deve fare per essere un buon genitore. Non esiste un vademecum, non esistono delle regole che rendono un genitore un buon genitore.”

Questa è la parte più importante, e quella che va oltre la questione specifica del “ti amo”. Recalcati dice qualcosa di molto più ampio: la genitorialità non si riduce a regole da seguire. Non c’è un manuale che, se applicato correttamente, produce un buon genitore. La genitorialità è qualcosa di più vivo, più imprevedibile, più legato alla relazione specifica tra quel genitore e quel figlio.

Chi produce vademecum della genitorialità – dieci cose da fare per essere un buon genitore, cinque parole da non dire mai, i tre errori che distruggeranno tuo figlio – sta promettendo qualcosa che non esiste e costruendo un business sull’ansia genitoriale. Il genitore che segue le regole di qualcun altro invece di stare nella propria relazione reale con il proprio figlio specifico sta evitando qualcosa di importante: la responsabilità e la libertà di trovare il suo modo.

Fidati di quello che senti

Se senti di voler dire “ti amo” ai tuoi figli, dillo. Non perché qualcuno ti abbia dato il permesso, non perché un esperto abbia validato quella parola come corretta, ma perché viene da un luogo genuino e reale nella tua relazione con loro. La genitorialità non si valida con i protocolli, si valida con la presenza, con la cura concreta, con l’attenzione reale a quel figlio specifico, con il modo in cui stai in quella relazione ogni giorno.

Recalcati non sta dicendo che qualsiasi cosa va bene, sta dicendo qualcosa di più preciso: che nessuno, tranne te, può sapere cosa è giusto nella tua relazione specifica con tuo figlio. E quella è una responsabilità, ma anche una libertà.

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