Quanti anni hai nell’anima? Non sulla carta d’identità: nell’anima. La domanda sembra banale, ma non lo è: c’è gente di trent’anni che porta addosso la stanchezza di chi ha già deciso tutto, e c’è gente di settanta che guarda il mondo con una curiosità che i trent’anni li farebbe arrossire. Marco Tullio Cicerone aveva capito qualcosa di preciso su questo equilibrio.

Il giovane saggio e il vecchio ancora curioso
“Come mi piace il giovane che ha in sé qualche cosa del vecchio, così mi piace il vecchio che ha in sé qualche cosa del giovane: chi segue questa norma potrà essere vecchio nel corpo, ma nell’anima non sarà vecchio mai.”
L’immagine è doppia e perfettamente simmetrica: il giovane saggio che porta in sé la serietà e la profondità del vecchio, e il vecchio ancora vivo che porta in sé la curiosità e la meraviglia del giovane. Nessuno dei due è prigioniero della propria età anagrafica; nessuno si riduce a quello che l’età dice di lui. Entrambi abitano qualcosa di più ampio e di più difficile da definire.
Il giovane che ha qualcosa del vecchio
Cicerone non sta elogiando i ragazzi seriosi e grigi, ma sta descrivendo qualcosa di più raro e di più bello: il giovane che sa ascoltare, che ha pazienza, che non si consuma tutto nell’urgenza di adesso. Quello che non brucia ogni energia nella performance del momento, ma costruisce qualcosa con lentezza.
Quel giovane porta in sé una dimensione temporale più lunga. Sa che le cose si costruiscono nel tempo, che non tutto richiede velocità, che alcune scelte hanno bisogno di maturare. È una qualità che si vede raramente nei giovani, e forse proprio per questo Cicerone dice “mi piace” con una certa sorpresa nel tono.
Ho avuto la fortuna di incontrare, nella mia vita da lettrice e da scrittrice, qualche ragazzo di questa specie. Mio figlio, a tredici anni, a volte mi ferma con domande che sembrano uscire da una persona molto più grande. Non so se dipende dall’educazione che ho cercato di dargli o dai tanti libri letti insieme. Ma so che quelle domande mi rimettono in ascolto.
Il vecchio che ha qualcosa del giovane
È questa la parte più preziosa della frase. Non l’invito a comportarsi da giovani: quello è spesso grottesco, una negazione della propria storia. Ma conservare dentro di sé qualcosa del giovane che si è stati: la curiosità, la capacità di meravigliarsi, la disponibilità a cambiare idea.
Il vecchio che non ha più domande, che sa già tutto, che ha smesso di aspettarsi sorprese dalla vita, è vecchio nell’anima prima di esserlo nel corpo. Il vecchio che ancora chiede, ancora scopre, ancora si stupisce – quello che Cicerone chiama “vecchio nel corpo ma non nell’anima” – porta qualcosa di raro che diventa sempre più prezioso con il tempo.
Cosa significa non invecchiare nell’anima
Non è una promessa di eterna giovinezza, né un invito alla negazione dell’età che si ha. Significa mantenere un certo orientamento verso il mondo: aperto invece che chiuso, curioso invece che definitivo, disponibile invece che risolto.
Quello che Cicerone chiama “la norma” è in realtà un’attitudine precisa: stare nell’età che si ha, portando anche qualcosa dell’altra. Il giovane con la profondità e la pazienza del vecchio. Il vecchio con la vivacità e la curiosità del giovane. Quella combinazione è la cosa più difficile da mantenere nel tempo, e la più bella da vedere quando ci si riesce.
Quando ho compiuto cinquant’anni l’anno scorso, la domanda che mi sono fatta non era “quanto sono invecchiata” ma “quanto sono ancora curiosa”. La risposta è stata rassicurante: moltissimo. Forse di più di dieci anni fa, perché adesso so meglio cosa mi interessa davvero. Cicerone direbbe che è un buon segno.
Marco Tullio Cicerone è stato oratore, filosofo, politico romano del I secolo a.C., una delle menti più acute della storia del pensiero occidentale.
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