Di cosa devono preoccuparsi i figli e di cosa no, la lista di F. Scott Fitzgerald alla figlia utile a tutti i genitori

Era il 1933. Francis Scott Fitzgerald aveva quarantasei anni, era già l’autore di Il grande Gatsby, e stava attraversando uno dei periodi più difficili della sua vita: la moglie Zelda era ricoverata in una clinica psichiatrica, i soldi scarseggiavano, la salute cedeva. Eppure trovò il modo di scrivere a Frances – “Scottie”, la chiamava – che aveva undici anni, una lista che sembra scritta ieri. Non per consolarla. Per insegnarle a distinguere.

Di cosa devono preoccuparsi i figli

La lettera di Francis Scott Fitzgerald alla figlia

Scottie era a scuola, lontana da casa. Fitzgerald le scrisse una lettera breve, senza fronzoli, strutturata in tre colonne: le cose di cui preoccuparsi, le cose di cui non preoccuparsi, le cose su cui invece riflettere.

Cose di cui preoccuparsi:

  • Il coraggio
  • La pulizia
  • L’efficienza
  • L’equitazione

Cose di cui non preoccuparsi:

  • L’opinione degli altri
  • Le bambole
  • Il passato
  • Il futuro
  • Il fatto di crescere
  • Che qualcuno possa superarla
  • Il trionfo
  • I fallimenti, a meno che non dipendano da sue colpe
  • Le zanzare, le mosche e gli insetti in generale
  • I genitori
  • I ragazzi
  • Le delusioni
  • I piaceri e le soddisfazioni

Cose su cui riflettere:

  • Cosa stai davvero cercando di ottenere?
  • Quanto sei brava rispetto ai tuoi coetanei in ambito di studio?
  • Capisci le persone e riesci ad andarci d’accordo?
  • Stai rendendo il tuo corpo uno strumento utile o lo stai trascurando?

La lettera si chiude con: “With dearest love, Daddy” (“Con tanto affetto, papà”).

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Perché questa lista parla ancora oggi

Ogni genitore, leggendola, ci trova qualcosa. Non necessariamente le stesse voci -forse nessuno oggi mette “l’equitazione” tra le priorità – ma la struttura del ragionamento: c’è una categoria di preoccupazioni che meritano attenzione perché dipendono da te, e una categoria che non la meritano perché non dipendono da te o non cambieranno niente.

Il coraggio è in cima alla lista di cosa vale la pena coltivare. Non i voti, non la popolarità, non il successo. Il coraggio. Fitzgerald, che ne aveva avuto poco nella sua vita, sapeva di cosa stava parlando. Non lo insegnava da una posizione di forza. Lo insegnava da una posizione di chi aveva visto cosa succede quando manca.

E poi c’è quella voce straordinaria nella lista delle cose di cui non preoccuparsi: i genitori. Un padre che dice a sua figlia di undici anni di non preoccuparsi di lui. Non è distanza: è una forma precisa di amore. Fitzgerald stava attraversando un periodo in cui sarebbe stato facilissimo scaricare su di lei il peso della situazione familiare. Invece la invita a non farlo, a tenere la propria rotta.

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Cosa hanno in comune le cose di cui non preoccuparsi

Rileggendo la lista, c’è un filo che la attraversa tutta: le cose di cui non preoccuparsi sono quasi tutte cose che non puoi controllare, o cose che non cambieranno con la preoccupazione.

L’opinione degli altri: non puoi controllarla, e preoccuparsene non la migliora. Il futuro: non è ancora accaduto, e l’ansia anticipatoria raramente lo migliora. I fallimenti che non dipendono da tue colpe: non appartengono a te, smettila di trattenerli. I ragazzi, le delusioni, i piaceri: vengono e vanno, non meritano di essere il centro della vita emotiva a undici anni né a quaranta.

È una forma di stoicismo praticamente applicato, scritto da un uomo che non era particolarmente stoico nella vita, ma che sapeva riconoscere la differenza tra le cose che dipendono da noi e quelle che non dipendono.

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Cosa merita la preoccupazione

La lista di cosa vale la pena preoccuparsi è cortissima, e questo è già un messaggio. Non i risultati scolastici, non le amicizie, non il futuro professionale. Il coraggio, la pulizia, l’efficienza.

Con “pulizia” Fitzgerald intendeva qualcosa di più ampio dell’igiene: la cura di sé, il rispetto per il proprio corpo e per lo spazio in cui si vive. Con “efficienza” intendeva la capacità di portare a termine quello che si inizia, di non disperdere le energie. E con “coraggio” – primo della lista – intendeva esattamente quello che sembra: la disponibilità ad affrontare le cose difficili invece di girarci intorno.

Tre qualità che non si insegnano a scuola. Che non si comprano. Che si costruiscono, una scelta alla volta.

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Una lista per ogni genitore

Fitzgerald scrisse quella lettera a una bambina di undici anni. Ma ogni genitore che la legge si ritrova a chiedersi: se dovessi scrivere la mia lista, cosa ci metterei? Cosa voglio davvero che mio figlio si porti dietro, non dai libri di scuola, ma da come l’ho cresciuto?

Non c’è una risposta giusta. Ma la domanda è giusta. Ed è la stessa domanda che Fitzgerald stava facendo a Scottie quando la invitava a chiedersi: cosa sto davvero cercando di ottenere?

Quasi cento anni dopo, è ancora la domanda più utile che un genitore può lasciare in eredità.

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