Ci sono modi di descrivere una generazione che suonano come accuse, come epitaffi, come diagnosi. E poi c’è il modo di Claudia de Lillo – giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica e blogger italiana – che prende la propria generazione, la guarda dritta in faccia con tutte le sue contraddizioni, e ci trova dentro qualcosa di molto vero e di sorprendentemente divertente. Sei anche tu nato tra il 1965 e il 1980? Allora leggi il suo monologo: ti ci ritroverai!

Il monologo di Claudia de Lillo sulla “generazione x”
“Appartengo alla ‘generazione X’. La ‘generazione X’ è quella nata tra il 1965 e il 1980. Siamo la prima generazione associata a una lettera, e quale lettera hanno scelto per noi? La X, che è la lettera dell’anonimato. Hanno scelto la X perché siamo privi di un’identità sociale e culturale, questo non lo dico io, l’hanno proprio scelta così.
Noi siamo dei ponti tra generazioni – i boomer e i millennial – molto diverse tra di loro: sono proprio specie umane diverse, sono delfini e gabbiani, e noi stiamo lì in mezzo, a fare da ponte. Siamo nati analogici e siamo diventati digitali con una grazia sconosciuta alle altre generazioni.
Siamo figli di madri che non ci allattavano e di padri che ci ignoravano. Siamo i primi ad aver conosciuto una coscienza ecologica, perché noi abbiamo conosciuto Chernobyl e abbiamo capito quanto i danni ambientali potessero influire sulla nostra vita.
I libri che leggevamo da piccoli, quelli che trovavamo nelle biblioteche, raccontavano gli eroi maschili con aggettivi come forte, leale, capace, coraggioso. Le eroine femmine erano indicate come graziose, gentili, carine, se proprio erano trasgressive erano pettegole. Questa è un po’ la forma che hanno dato alla nostra educazione.
Ci hanno detto che potevamo fare tutto, soprattutto a noi donne, ma non era granché vero, e adesso ci troviamo schiacciate tra genitori che ci maltrattano e figli che ci disprezzano. Non siamo messi benissimo. Però le statistiche ci dicono che siamo l’unica generazione che continua a fare sesso, quindi alla fine, qualcosa di buono la facciamo.”
Il problema delle etichette generazionali
Claudia de Lillo mette il dito su qualcosa che vale la pena esaminare: l’etichettatura delle generazioni. Boomer, Gen X, Millennial, Gen Z, Alpha. Ogni gruppo riceve un nome, un set di caratteristiche, una serie di stereotipi che diventano quasi una gabbia identitaria. Si finisce per identificarsi con l’etichetta e ragionare in termini di appartenenza generazionale come se fosse qualcosa di biologicamente determinato.
Il paradosso è che le generazioni si definiscono quasi sempre in negativo: quello che manca, quello che è andato storto, quello in cui differiscono dalle precedenti. I boomer vengono criticati per il privilegio. I millennial per la fragilità. La Gen X per l’invisibilità. La Gen Z per la dipendenza dai social. Ogni generazione viene ingabbiata in una narrazione.
Mi riconosco nel ritratto che fa Claudia de Lillo della Gen X: quella sensazione di essere nel mezzo, di non appartenere del tutto a nessun’epoca, di essere stata formata da messaggi contraddittori che si sono annullati a vicenda. Il “puoi fare tutto” che arrivava insieme al “sii carina”. Non è ironia: è la struttura di come siamo stati cresciuti.
La distanza tra generazioni oggi e ieri
C’è qualcosa di specifico nel conflitto generazionale contemporaneo che lo distingue da quello del passato. Un tempo la distanza tra genitori e figli era geografica e culturale: i figli si allontanavano fisicamente e simbolicamente, rompevano con il mondo dei genitori per costruire il proprio. Era un conflitto di valori chiari su fronti opposti.
Oggi la distanza è più sottile e più confusa. I confini sono meno netti, le aspettative si sovrappongono, i ruoli si mescolano. I boomer e la Gen Z si scontrano su tutto – clima, lavoro, identità, digitale – ma lo fanno spesso attraverso la Gen X che sta nel mezzo, cercando di fare da traduttore tra specie che non si capiscono.
Il ponte come posizione
Claudia e Lillo lo nomina con ironia – “facciamo da ponte” – ma è una descrizione abbastanza precisa. I nati tra il 1965 e il 1980 hanno dovuto imparare a stare in due mondi contemporaneamente: quello analogico in cui sono cresciuti e quello digitale in cui vivono. Quella capacità di attraversare i confini non è un danno: è una risorsa, anche se spesso non viene riconosciuta come tale.
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