La lezione di Erich Fromm su come accettare che i figli non siano come li immaginavamo e non pretenderli diversi

Erich Fromm dedica in L’arte di amare alcune delle pagine più lucide che siano mai state scritte sull’amore tra genitori e figli. La sua distinzione tra amore materno e amore paterno – tra chi ama senza condizioni e chi ama in base al merito – è una delle chiavi più precise per capire come mai certi figli crescono con la sensazione di non essere mai abbastanza, e certi genitori non riescono mai davvero a vederli per quello che sono.

accettare che i figli non siano come li immaginavamo

Perché l’amore condizionato lascia sempre un debito

“Il suo principio è: io ti amo perché tu soddisfi le mie aspirazioni, perché fai il tuo dovere, perché sei come me.”

Erich Fromm descrive qui la forma più comune – e più silenziosa – di amore condizionato verso i figli: quello che non si dichiara come tale, che si crede amore pieno, ma che in realtà è costruito su un’aspettativa.

Non si ama il figlio che c’è: si ama il figlio che si vorrebbe che ci fosse. Quella piccola distanza, quando si prolunga nel tempo, produce qualcosa di preciso: un figlio che non si sente mai visto davvero, e un genitore che non capisce perché il rapporto sia così faticoso.

Erich Fromm dice che l’aspetto più insidioso di questo tipo di amore è che sembra funzionare: il figlio si impegna, ottiene risultati, risponde alle aspettative, e solo molto più tardi capisce che stava cercando di meritare qualcosa che avrebbe dovuto ricevere senza meritarlo. Il costo emotivo di quel meccanismo non si paga nell’infanzia: si paga da adulti, quando si scopre quanto si sia costruita la propria identità su quello che altri si aspettavano, più che su quello che si era.

Erich Fromm chiarisce anche perché sia così difficile uscirne: l’amore condizionato ha un lato che sembra positivo. Poiché può essere guadagnato, offre al figlio qualcosa verso cui tendere: una direzione, un obiettivo, una misura del proprio valore. Il problema non è nell’impegno che genera, ma nel presupposto che lo sottende: che il valore del figlio dipenda da quello che fa, non da quello che è.

Un figlio cresciuto su questa base non impara a conoscersi: impara a compiacere. E quando le aspettative dei genitori si scontrano con la sua vera natura – i talenti che ha, i desideri che sente, la persona che sta diventando – si trova davanti a una scelta impossibile: essere se stesso e perdere l’amore, oppure rispondere alle aspettative e perdere se stesso.

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Come imparare ad amare quello che c’è, non quello che si vorrebbe

“L’amore materno è una benedizione: il desiderio che il figlio cresca e alla fine si separi da lei.”

Erich Fromm usa qui il termine “amore materno” non per descrivere solo le madri, ma per indicare una qualità specifica dell’amore: quella che non ha bisogno di corrispettivo, che ama incondizionatamente, che vuole la crescita e la libertà dell’altro anche quando quella crescita significa distanza e separazione.

È il contrario esatto dell’amore che si aspetta che il figlio resti vicino, che condivida le stesse scelte, che incarni le aspirazioni che il genitore non ha realizzato. Fromm è esplicito: amare davvero un figlio significa volere che diventi indipendente, che diventi se stesso, e accettare che quel se stesso possa essere molto diverso da quello che si immaginava. Non è un atto naturale né automatico. È qualcosa che si impara, e che richiede di lavorare prima su ciò che si è come persone.

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Accettare che un figlio non sia come lo si immaginava non è rinunciare a lui: è finalmente vederlo. È riconoscere che la persona che c’è, con i suoi limiti e le sue direzioni proprie, è reale, mentre quella che si immaginava era solo una proiezione.

Erich Fromm non dice che questo passaggio sia indolore: richiede di fare i conti con le proprie aspettative non realizzate, con i propri sogni rimasti aperti, con quella parte di sé che sperava di completarsi attraverso un figlio. Ma è il solo modo per costruire un rapporto autentico, uno in cui il figlio si sente libero di essere quello che è, e il genitore smette di soffrire per quello che il figlio non è.

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