Perché i social stanno cambiando il modo in cui i nostri figli vedono se stessi secondo Daniela Lucangeli

Non è una questione di tempo trascorso sullo schermo, anche se il tempo conta. Non è nemmeno solo una questione di contenuti pericolosi, anche se esistono. Quello che preoccupa Daniela Lucangeli è più sottile e più difficile da misurare: il modo in cui le piattaforme social modificano il processo con cui un adolescente costruisce l’immagine di sé. Alla fine di questo articolo troverai un elenco di indicazioni concrete per aiutare i tuoi figli a non lasciare che i social decidano chi sono.

modo in cui i nostri figli vedono se stessi

Il problema non è l’esposizione: è il confronto

Il meccanismo che Daniela Lucangeli descrive come più pericoloso non è l’esposizione a contenuti violenti o inappropriati, che pure esiste ed è un problema separato. È il confronto sociale continuo e asimmetrico che le piattaforme rendono strutturalmente inevitabile.

Ogni volta che un adolescente scorre il feed di Instagram o TikTok, non sta guardando la vita reale dei suoi coetanei. Sta guardando una versione curata, filtrata, selezionata di quella vita. I momenti brutti, le giornate grigie, le foto sfocate, i fallimenti: non ci sono. Quello che c’è è una sequenza di immagini ottimizzate, spesso ulteriormente modificate con filtri, che mostrano corpi, successi, relazioni e momenti di felicità selezionati per essere attraenti.

Il cervello adolescente – che è in piena fase di costruzione dell’identità, che dipende in modo fisiologico dal feedback degli altri per capire chi è – non riesce a mantenere quella distanza critica in modo automatico. Non è una mancanza di intelligenza. È una caratteristica dello sviluppo neurologico: la corteccia prefrontale, responsabile del pensiero critico e della regolazione emotiva, non è ancora completamente matura. Il confronto avviene prima che arrivi il filtro razionale.

“Una generazione che ha paura di sbagliare”

Daniela Lucangeli usa spesso una frase che è diventata uno dei suoi contributi più citati al dibattito pubblico:

“Una generazione che ha paura di sbagliare è una generazione che rinuncia a provare.”

Questa frase nasce dall’osservazione di un fenomeno preciso: i ragazzi cresciuti con i social mostrano tassi più alti di ansia da prestazione, di blocco di fronte all’errore, di difficoltà nel tollerare la frustrazione. Non è una coincidenza. Le piattaforme premiano i risultati visibili, i contenuti riusciti, le performance convincenti. L’errore non ha spazio nel feed. Non si posta una prova andata male. Non si condivide una caduta.

Il risultato è che molti ragazzi interiorizzano un’idea di sé basata sulla performance pubblica: valgono quanto piacciono, quanto raccolgono like, quanto sembrano riusciti agli occhi degli altri. E quando questa immagine pubblica non corrisponde all’esperienza privata si crea una frattura. Una distanza tra chi si è e chi si deve sembrare.

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I “pozzi avvelenati” e l’identità in costruzione

In un’intervista del 2026 al Corriere del Veneto, Daniela Lucangeli ha usato un’immagine forte per descrivere alcune dinamiche dei social: ha parlato di “pozzi avvelenati”. Non intendeva che tutti i social siano nocivi in ogni circostanza. Intendeva che alcune funzionalità agiscono come veleno in un sistema idrico: entrano nel flusso dell’identità in costruzione e la distorcono. Ad esempio l’algoritmo che amplifica i contenuti più angoscianti perché generano più engagement, i trend che spingono verso comportamenti estremi, le challenge che mettono in competizione corpi e performance.

Un ragazzo che a tredici anni comincia a costruire la propria immagine di sé in un ambiente che premia solo i momenti riusciti, che nasconde l’errore, che sostituisce la complessità emotiva con il binario like/non-like, crescerà con una mappa di sé stesso fondamentalmente sbagliata. Non perché sia fragile o stupido: perché lo strumento che usa per orientarsi è calibrato in modo distorto.

Cosa cambia rispetto alle generazioni precedenti

Daniela Lucangeli tiene a precisare che il confronto sociale tra adolescenti non è una novità dei social. I ragazzi si sono sempre confrontati: nei cortili scolastici, nelle riviste di moda, nelle classifiche di popolarità della classe. Il problema non è il confronto in sé. È la scala, la velocità e la pervasività.

Il confronto nel cortile scolastico avveniva con trenta persone, in un contesto geograficamente definito, con interruzioni naturali: i weekend, le vacanze, le ore di sonno. Il confronto sui social avviene con milioni di persone, ventiquattro ore su ventiquattro, senza confini geografici e senza interruzioni obbligate. Il cervello adolescente non è costruito per gestire questo volume. Non è una questione di volontà o di educazione: è una questione di capacità neurologica.

La prima volta che ho letto la frase di Daniela Lucangeli «una generazione che ha paura di sbagliare è una generazione che rinuncia a provare» ho pensato subito a mio figlio, al modo in cui certe volte si blocca prima ancora di iniziare qualcosa di nuovo. Non so quanta parte abbiano i social in questo. Ma so che quella frase mi ha fatto porre domande che prima non mi ponevo.

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Cosa possono fare i genitori

Daniela Lucangeli è esplicita su un punto: non è utile proibire i social in modo assoluto, soprattutto con i ragazzi più grandi. L’esclusione completa crea isolamento sociale reale, che ha i suoi costi. Quello che si può fare è diverso, ed è più difficile: si tratta di costruire una relazione con lo strumento che sia consapevole, critica e accompagnata.

Di seguito alcune indicazioni concrete, basate sul lavoro di Daniela Lucangeli e sulla ricerca psicologica sullo sviluppo adolescenziale.

  • Parla spesso di quello che vedi online, non solo di quello che vedono loro: se un genitore commenta ad alta voce i meccanismi del feed – “sai che questo video è stato ottimizzato per farti continuare a guardare?”; “noti come non si vedono mai persone che falliscono?” – aiuta il ragazzo a sviluppare una postura critica attiva invece di una ricezione passiva.
  • Stabilisci spazi fisici e temporali senza schermo: non come punizione, ma come regola di casa valida per tutti, genitori inclusi: i pasti, la prima ora dopo la scuola, la camera da letto di notte; l’obiettivo non è ridurre il tempo totale, ma creare momenti in cui l’identità non passa attraverso lo schermo.
  • Fai domande sull’errore, non solo sul successo: “com’è andata?” dopo una prova difficile, interesse autentico per i fallimenti piccoli e grandi, messaggi espliciti che l’errore è parte del processo. Questi segnali contrastano direttamente la logica della prestazione che i social amplificano.
  •  Osserva il tono emotivo dopo l’uso: se un ragazzo è sistematicamente più ansioso, irritabile o abbattuto dopo un’ora sui social, il dato merita attenzione; non come accusa, ma come osservazione condivisa da fare insieme a lui.
  • Costruisci contesti di successo non documentabile: attività in cui il risultato non viene fotografato, non viene condiviso, non viene valutato dagli altri: sport senza pubblico, cucina per il piacere di farlo, lettura, gioco fisico; questi contesti aiutano il ragazzo a costruire un senso di competenza che non dipende dalla validazione esterna.
  • Mostra la tua imperfezione: i genitori che ammettono di sbagliare, che mostrano come si affronta un insuccesso, che non filtrano la propria vita davanti ai figli, offrono un modello alternativo a quello dei social: non a parole, ma con l’esempio.
  • Considera il supporto professionale se i segnali persistono: quando l’ansia da prestazione è pervasiva, quando il ragazzo evita sistematicamente le situazioni in cui potrebbe sbagliare, quando l’immagine di sé sembra dipendere interamente dall’approvazione esterna, un percorso con uno psicologo dell’età evolutiva può essere la scelta più utile: non come extrema ratio, ma come strumento preventivo.

Chi è Daniela Lucangeli

Daniela Lucangeli è professoressa ordinaria di Psicologia dello sviluppo all’Università di Padova, una delle voci più autorevoli in Italia nel campo delle neuroscienze dell’apprendimento e dello sviluppo emotivo e cognitivo nei bambini e negli adolescenti. Ha scritto libri per i genitori, per gli insegnanti e per i ragazzi stessi. Il suo Se sbagli non fa niente (DeAgostini, 2023) è diventato un punto di riferimento per chi lavora con i giovani o cerca di capire cosa sta succedendo nelle nuove generazioni.

La sua prospettiva non è quella dell’allarmismo morale sui social media. È quella di una studiosa che osserva i meccanismi cognitivi e neurali sottostanti e chiede: cosa fa questo strumento al cervello di un ragazzo che sta ancora costruendo se stesso?

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