Il silenzio di un adolescente: voglia di spazio o segnale di disagio? Ce ne parlano Alberto Pellai e Daniela Lucangeli

Tuo figlio ha smesso di raccontarti la sua giornata. Risponde a monosillabi. Sparisce in camera appena rientra a casa. Magari fino a un anno fa era diverso: più aperto, più presente, più vicino. Adesso sembra che ci sia un muro, e tu non sai da che parte stai. Ti chiedi se sia normale, se stia passando una fase, o se ci sia qualcosa che non va davvero. Alberto Pellai e Daniela Lucangeli – due tra le voci più ascoltate in Italia su psicologia e apprendimento dei ragazzi – hanno risposto a questa domanda in modo preciso: il silenzio adolescenziale esiste, è reale, e non significa sempre la stessa cosa.

silenzio di un adolescente

Il silenzio come ritiro necessario

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, lavora con adolescenti da vent’anni. Nel suo lavoro torna spesso su un’immagine: la stanza come rifugio. Il ragazzo che si chiude in camera non sta necessariamente scappando da qualcosa. Spesso sta costruendo uno spazio che sente suo, in un’età in cui tutto il resto (il corpo, le relazioni, il futuro) è in movimento.

Questo ritiro è parte normale dello sviluppo adolescenziale. Il processo di separazione dai genitori – necessario per diventare adulti – passa attraverso una distanza fisica ed emotiva che può sembrare silenziosa dall’esterno, ma che è tutt’altro che vuota dall’interno. Il ragazzo non ha smesso di pensare, di sentire, di elaborare: ha smesso di condividere, il che è una cosa diversa.

Il problema è che dall’esterno è difficile distinguere il silenzio-spazio dal silenzio-segnale. Entrambi si presentano nello stesso modo: porte chiuse, risposte brevi, cene in cui non si riesce a parlare di niente che conti davvero.

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Quando il silenzio diventa preoccupante

Alberto Pellai ha descritto con precisione il confine tra normalità e disagio. In un’intervista a Sky TG24, ha osservato:

“Passano ore chiusi nelle loro stanze, incapaci di comunicare i propri dubbi e le proprie paure.” – Alberto Pellai, intervista a Sky TG24, settembre 2024

La parola chiave, qui, è “incapaci”: non “non vogliono”, ma “non riescono”. C’è una differenza tra un ragazzo che sceglie di non condividere certi pensieri perché vuole uno spazio suo, e un ragazzo che vorrebbe comunicare, ma non sa come farlo, che ha dentro qualcosa che non riesce a mettere in parole, che si sente solo con quello che prova e non sa a chi rivolgersi.

Il secondo tipo di silenzio è quello che richiede attenzione. Non è né ribellione né indifferenza: è isolamento. E l’isolamento, protratto nel tempo, ha conseguenze sullo sviluppo emotivo del ragazzo.

Alberto Pellai aggiunge:

“Dobbiamo imparare ad ascoltare i nostri ragazzi, a cogliere i segnali di disagio, anche quando sono silenziosi e nascosti.”

Ascoltare il silenzio: non ignorarlo, non violarlo, non scambiarlo per tranquillità quando non lo è.

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I segnali che Daniele Lucangeli riconosce in classe

Daniela Lucangeli, professoressa di psicologia dello sviluppo all’Università di Padova, osserva i ragazzi da una prospettiva diversa: quella della scuola, dell’apprendimento, del modo in cui il disagio si manifesta quando si è fuori dalle mura di casa.

Daniela Lucangeli ha descritto così i segnali che chi lavora in classe sa riconoscere:

“I segnali di sofferenza nei ragazzi sono evidenti e chi lavora in classe li conosce bene: stanchezza, paura di sbagliare, ritiro, difficoltà a concentrarsi, la sensazione di non essere mai abbastanza.”

Quello che Daniela Lucangeli descrive non è un quadro clinico: è un pattern comportamentale che molti insegnanti e genitori riconoscono senza necessariamente saperlo nominare. La stanchezza cronica che non passa con il riposo. La paura di sbagliare che paralizza anche davanti a compiti che il ragazzo sa fare. Il ritiro dalla vita sociale e dalle attività che prima interessavano. La difficoltà a concentrarsi non come distrazione passeggera, ma come incapacità persistente di stare dentro un compito.

E soprattutto: la sensazione di non essere mai abbastanza. Daniela Lucangeli torna spesso su questo punto: molti ragazzi vivono con un senso di inadeguatezza strutturale: la certezza implicita che qualunque cosa facciano non basterà, che gli altri siano meglio di loro, che il proprio valore sia costantemente sotto esame.

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La differenza che fa la differenza

Come si distingue, concretamente, il silenzio normale dal silenzio che chiede aiuto?

Né Pellai né Lucangeli propongono formule semplici. Ma emergono dai loro lavori alcune indicazioni abbastanza precise.

Il silenzio-spazio ha una qualità intermittente: il ragazzo si ritira, ma in certi momenti (a cena, nel viaggio in macchina, la sera sul divano) emerge, risponde, partecipa, magari brevemente, magari di striscio, ma lo fa. Sceglie quando connettersi. Ha ancora interessi – musica, sport, videogiochi, amici – anche se li vive in modo più autonomo rispetto a prima.

Il silenzio-disagio ha una qualità diversa: è più uniforme, più opaco. Il ragazzo non emerge. Le cose che prima lo interessavano sembrano non interessarlo più. Si nota una perdita di energia, non solo di comunicazione. Il sonno cambia: dorme troppo o non dorme abbastanza. Il rapporto con il cibo si modifica. Il rendimento scolastico cala non perché il ragazzo sia distratto, ma perché sembra incapace di raccogliere le risorse che aveva.

La durata è un altro indicatore: un momento di chiusura che dura qualche settimana, in corrispondenza di un cambiamento (inizio scuola, fine di un’amicizia, un fallimento) è diverso da una chiusura che si prolunga per mesi senza apparente ragione.

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Cosa fanno i genitori con questo silenzio

Alberto Pellai e Daniela Lucangeli convergono su un punto: il modo in cui i genitori rispondono al silenzio del figlio conta quanto il silenzio stesso.

La risposta più comune è l’interrogatorio: una serie di domande dirette che il ragazzo vive come invasione e a cui risponde chiudendosi ancora di più. “Come stai?” “Bene.” “Cosa hai fatto oggi?” “Niente.” “Ci sono problemi a scuola?” “No.” Fine della conversazione.

La risposta alternativa – quella che Pellai indica come più efficace – è la presenza non invadente. Non l’assenza (che il ragazzo interpreta come disinteresse) e non la pressione (che interpreta come controllo), ma una presenza che dice: sono qui, non ti chiedo niente adesso, ma ci sono. Il genitore che rimane disponibile senza esigere, che crea occasioni senza imporle, che lascia aperto uno spazio senza pretendere di riempirlo.

Questo richiede, spesso, di tollerare un’incertezza che è scomoda: non sapere con certezza se il silenzio sia spazio o disagio, e continuare a essere presenti in entrambi i casi.

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Quando chiedere aiuto

C’è un punto oltre il quale la distinzione tra silenzio normale e silenzio problematico non è più sufficiente: il momento in cui è opportuno coinvolgere qualcuno di esterno: un medico di base, uno psicologo, un consultorio familiare.

Daniela Lucangeli è chiara su questo: i segnali che descrive – stanchezza, ritiro, paura di sbagliare, difficoltà a concentrarsi – non sono patologici di per sé. Lo diventano quando si combinano, quando durano, quando si intensificano. Un genitore che nota più di tre di questi segnali, stabili per più di un mese, ha ragione a cercare un confronto con un professionista: non per diagnosticare qualcosa, ma per capire meglio cosa sta succedendo.

Alberto Pellai ricorda che chiedere aiuto non significa aver fallito come genitori. Significa aver ascoltato il silenzio del figlio nel modo giusto, abbastanza da capire che qualcosa dentro quel silenzio chiedeva risposta.

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