C’è una parola che torna spesso nel lavoro di Beppe Severgnini, ed è “ironia”. Non nel senso di sarcasmo o di cinismo: nel senso di una capacità precisa, che si impara e si coltiva, di guardare le cose – comprese le proprie – da una distanza che le rende più sopportabili, e spesso più chiare. Severgnini, giornalista e scrittore tra i più letti in Italia, ha scritto in modo diretto di questa facoltà: l’ironia, dice, “è terapeutica”. Non è una battuta. È una posizione.

Beppe Severgnini: l’ironia è terapeutica
“L’ironia è terapeutica. Consente di guardare le imperfezioni del mondo e sorriderne.” – Beppe Severgnini, Italiani si diventa, Rizzoli, 1998
La frase di Beppe Severgnini sull’ironia terapeutica non viene da un libro di psicologia o di auto-aiuto: viene dall’introduzione di Italiani si diventa (Rizzoli, 1998), in cui Severgnini racconta la morte della madre e spiega come quella perdita lo abbia cambiato. Il dolore, scrive, è “uno strano amico: non lo vorresti mai attorno, ma cambia le cose”. E una delle cose che cambia è la capacità di usare l’ironia non come difesa, ma come strumento per guardare il mondo con occhi diversi.
Quella frase viene da lì: da qualcuno che ha attraversato qualcosa di difficile, non da qualcuno che consiglia leggerezza dall’esterno.
Cosa significa “ironia terapeutica”
Severgnini distingue tra ironia e disimpegno. L’ironia non è indifferenza: è una forma di presenza attenta al mondo che riesce però a non farsi schiacciare da esso. Chi guarda le imperfezioni del mondo “e ne sorride” non sta ignorando quei problemi: li vede, li riconosce, ma riesce a non identificarsi totalmente con essi.
La differenza rispetto all’umorismo superficiale è questa: l’ironia terapeutica parte da una comprensione reale della situazione. Non si ride invece di capire: si ride dopo aver capito, e quella risata è parte del processo di elaborazione.
Nel lavoro di Severgnini questo si vede chiaramente: i suoi libri più riusciti – quelli sull’identità italiana, quelli sull’Inghilterra, quelli sulla vita domestica – non nascondono i difetti, le contraddizioni, le piccole meschinità. Le guardano in faccia, e poi ci costruiscono sopra qualcosa di leggero. Quella leggerezza non è evasione: è il risultato di aver guardato abbastanza a lungo da potersi permettere di sorridere.
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Perché l’ironia aiuta davvero ad affrontare i problemi
La psicologia contemporanea ha un nome per la capacità che Severgnini descrive: reappraisal cognitivo, ovvero la capacità di riformulare una situazione difficile in modo che risulti meno schiacciante. Non si tratta di fingere che il problema non esista: si tratta di cambiare l’angolazione da cui lo si guarda.
L’ironia è una delle forme più antiche e più naturali di questo meccanismo. Quando riusciamo a trovare il lato assurdo di una situazione difficile, stiamo già prendendo distanza da essa; stiamo già dimostrando a noi stessi che quella situazione non ci definisce completamente, che c’è ancora qualcosa di noi che la osserva dall’esterno.
Severgnini lo descrive in modo più diretto: l’ironia “consente di guardare le imperfezioni del mondo”. Non di risolverle: di guardarle. E guardare è già qualcosa. Chi riesce a guardare le proprie difficoltà senza esserne sopraffatto ha già una risorsa in più rispetto a chi ne è completamente immerso.
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Come si impara (o si reimpara) a usare l’ironia
Severgnini non propone esercizi, e non sarebbe nel suo stile farlo. Ma il suo lavoro suggerisce alcune posture che l’ironia richiede, e che si possono coltivare:
- Prendere distanza dal proprio caso. Il primo passo dell’ironia è riuscire a vedersi dall’esterno, almeno per un momento. Non per sminuire quello che si sta attraversando: per non perderci completamente dentro. Raccontare a qualcuno una situazione difficile in modo che faccia anche un po’ ridere è già questo: una piccola presa di distanza che rende la situazione più maneggiabile.
- Notare il lato assurdo delle cose. La realtà è piena di contraddizioni e incongruenze. Chi le vede – e ci può sorridere — ha uno strumento in più per muoversi nel mondo. Non perché le contraddizioni spariscano: perché smettono di sembrare catastrofiche.
- Non confondere la serietà con il peso. Severgnini scrive di cose serie – politica, identità nazionale, relazioni familiari – con un tono che non è mai pesante. Questo non significa che le tratti con superficialità: significa che ha capito che il peso non è necessario per essere precisi. Si può dire qualcosa di vero anche con leggerezza. Anzi, a volte solo con leggerezza.
La frase di Severgnini sull’ironia terapeutica non è un consiglio di stile: è un’osservazione su come funzionano le persone che riescono a stare nel mondo senza esserne distrutte. L’ironia non risolve i problemi. Ma cambia il modo in cui ci si sta dentro, e questo, spesso, è già abbastanza.
Beppe Severgnini è giornalista del Corriere della Sera dal 1984 e corrispondente da Londra e Washington negli anni Novanta. Ha scritto più di venti libri, molti dei quali sono stati tradotti in decine di lingue: Inglesi, La testa degli italiani, Manuale dell’uomo domestico, Un italiano in America. È stato tra i primi giornalisti italiani a capire il potenziale del digitale, e ha costruito sul sito del Corriere una delle prime community di lettori in Italia.
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