Anche per Umberto Galimberti urlare coi figli non serve: ecco le frasi da ricordare quando stai per perdere la pazienza

Lo sai già, razionalmente, che urlare non serve. Lo sai nel momento in cui ti sei calmata, quando il rumore è finito e ti guardi intorno e vedi tuo figlio che ti fissa con quegli occhi – spaventati o chiusi o vuoti – e senti che qualcosa non ha funzionato. Eppure ci ricaschi la volta successiva. Il problema non è la buona volontà: è che nei momenti di tensione la ragione sparisce e resta solo la reazione. Umberto Galimberti lo sa. Lo ha studiato per decenni come filosofo, psicologo e padre, e ha trovato alcune parole che, se le tieni in mente, possono aiutarti ad agire diversamente, anche quando sei al limite.

urlare coi figli non serve

Perché urlare non funziona

Prima di arrivare alle frasi, vale la pena capire cosa succede quando urli. Non perché tu debba sentirti in colpa – la colpa non aiuta nessuno – ma perché capire il meccanismo ti dà potere su di esso.

Quando un adulto urla, il bambino entra in una risposta di allarme: il sistema nervoso si attiva, l’attenzione si concentra sul pericolo (la voce alta, il volto contratto), e la capacità di elaborare il significato di quello che viene detto crolla drasticamente. Il bambino non sta ascoltando quello che dici: sta gestendo la paura. Quello che impara non è la regola che stai cercando di trasmettere: impara che quando le cose vanno male si alza la voce.

Per Umberto Galimberti, l’urlo è soprattutto un segnale di fallimento emotivo dell’adulto. Non un giudizio: una diagnosi. Chi urla ha esaurito le parole, ha perso il contatto con il proprio mondo interiore e non riesce più a stare nella relazione senza fare del rumore. Il problema, dice Galimberti, non è il comportamento del figlio. È la fragilità emotiva del genitore.

Le tre frasi da ricordare

“I giovani non hanno problemi di valori, ma di emozioni: non sanno cosa sentono e non sanno come dirlo.”

Questa frase rovescia la prospettiva su quello che sta succedendo quando tuo figlio esplode, si chiude, reagisce in modo sproporzionato. Non è mancanza di rispetto: è analfabetismo emotivo. Non sa cosa sente, e questa, dice Galimberti, è la condizione della maggior parte dei giovani oggi, cresciuti in ambienti dove le emozioni vengono o ignorate o drammatizzate, mai attraversate con calma.

Ricordarsela nei momenti difficili cambia la domanda. Non più: “come lo fermo?” Ma: “cosa sta sentendo che non riesce a dire?” È una domanda più difficile. E molto più utile.

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Galimberti lo ripete da anni in interviste, conferenze, libri: i figli non imparano da quello che dici loro, ma da quello che vedono fare. L’adulto è un modello, nel senso più letterale: mostra come si abita il mondo. Se vede un adulto che perde il controllo sotto pressione, impara che perdere il controllo è la risposta normale allo stress. Se vede un adulto che respira, che nomina quello che sente, che dice “sono arrabbiata e ho bisogno di un momento”, impara qualcosa di completamente diverso.

Non è una colpa: è una responsabilità. E riconoscerla è il primo passo per portarla in modo consapevole.

“Il dolore, se non viene elaborato, si trasforma in sintomo. E i sintomi dei figli spesso parlano del dolore dei genitori.”

Questa è forse la frase che fa più effetto, perché non parla dei figli: parla di te. Galimberti osserva da decenni che molti dei comportamenti difficili dei bambini e degli adolescenti sono specchi di qualcosa di irrisolto negli adulti che li circondano. Non è detto che sia sempre così. Ma vale la pena fermarsi a chiedersi: cosa mi fa perdere la pazienza in modo sproporzionato? Cosa sento in quel momento?

La risposta non risolve il capriccio di adesso. Ma può aiutarti a capire da dove viene la tua reazione, e a gestirla meglio la prossima volta.

Cosa fare invece di urlare

Umberto Galimberti non si occupa di tecniche pedagogiche nel senso operativo. Ma dal suo lavoro sulla vita emotiva emergono alcune direzioni concrete:

  • Nominare quello che si prova, anche ad alta voce. “Sono arrabbiata. Non urlo perché non voglio, ma sento che sono arrabbiata.” Non è debolezza davanti ai figli: è modellare esattamente quella competenza emotiva che Galimberti considera il vero obiettivo dell’educazione.
  • Fare una pausa prima di reagire. Non perché il comportamento di tuo figlio sia accettabile, ma perché rispondere da una posizione di calma produce risultati diversi dal rispondere da una posizione di allarme. La pausa non è resa: è strategia.
  • Chiedersi cosa sta comunicando il comportamento difficile. Un bambino che fa i capricci, un adolescente che si chiude, un figlio che non risponde: quasi sempre c’è qualcosa sotto che non è stato detto, o che non sa come dire. Trovare quella cosa richiede più tempo e più energia dell’urlare. Ma funziona.

Ho sentito Umberto Galimberti parlare di educazione in una conferenza anni fa. Quello che mi è rimasto è una frase che non era nemmeno la principale, ma che mi ha seguito a lungo: “I genitori chiedono spesso come si educa un figlio. La domanda giusta sarebbe: come si educa un adulto?” Non so se avesse ragione in tutto. Ma so che ogni volta che perdo la pazienza con mio figlio o con qualcuno che amo, quella domanda torna. E qualcosa si sposta.

Leggere Galimberti

L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Umberto Galimberti, Feltrinelli, 2007) è il punto di partenza per capire il suo pensiero sui giovani e sull’educazione. I miti del nostro tempo (Feltrinelli, 2009) amplia il quadro verso la cultura contemporanea. Entrambi disponibili in libreria e nelle principali librerie online.

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