Era il 2 novembre e il cimitero aveva il silenzio particolare dei giorni in cui la morte sembra più vicina. L’aria profumava di terra umida e crisantemi, le foglie si accumulavano lungo i vialetti e le candele accese tremavano davanti alle fotografie di chi non c’era più. Il via vai di persone, tipico di queste giornate dedicate al ricordo di chi non camminava più al loro fianco, era composto e assorto in pensieri che sapevano di memoria e commozione.
Su una panchina, vicino a una cappella di famiglia, sedevano due uomini. Il primo aveva lo sguardo intenso e una compostezza solenne. Ugo Foscolo osservava le tombe come se in ciascuna vedesse qualcosa che andava oltre la pietra: la possibilità che l’amore sopravvivesse alla fine della vita. Accanto a lui, Giacomo Leopardi guardava una foglia caduta ai suoi piedi. Aveva l’espressione di chi conosce bene il dolore e non ha mai trovato ragioni sufficienti per negarlo.
Poco distante, Anna, sessantadue anni, era ferma davanti alla tomba di suo marito, morto da otto mesi. Ogni domenica gli portava dei fiori, ma quel giorno sentiva il peso di una domanda che si posava direttamente sul suo cuore: come si fa a continuare a vivere quando una parte della propria vita è finita?

«Guardi queste tombe», disse Foscolo. «Mi sono chiesto spesso se il ricordo possa davvero consolare chi resta. Eppure, scrivendo i Sepolcri, ho lasciato una domanda che ancora mi accompagna: “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?”»
Leopardi, che fino a poco prima era distratto da quella foglia autunnale, si intromise nella conversazione. «Lei cerca conforto nella memoria degli altri. Io, invece, mi sono chiesto se la morte non sia, in qualche modo, una liberazione. Ho scritto: “La morte non è un male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii”.»
«Ma chi resta?» domandò Foscolo. «Che cosa ne facciamo dell’assenza?» Leopardi rispose: «Non ho mai detto che sia facile. Gli uomini temono la morte e desiderano vivere, anche quando la vita li ferisce. Forse perché, insieme al dolore, temono di perdere anche ciò che hanno amato.»
Leggi anche: Recalcati: siamo fatti delle parole che ci hanno colpito, degli incontri che abbiamo fatto e dei nostri morti
Anna abbassò gli occhi. Da quando suo marito era morto, aveva cercato di evitare tutto quello che poteva ricordarglielo: la loro canzone, le fotografie sul comodino, le cravatte ancora appese nell’armadio, persino il profumo del caffè che lui preparava ogni mattina. Pensava che dimenticare fosse l’unico modo per soffrire meno.
«Il punto», riprese Foscolo, «è che non siamo fatti soltanto di ciò che viviamo, ma anche dei legami che costruiamo. La morte interrompe la presenza, non necessariamente il rapporto. Nei Sepolcri ho cercato proprio questo: il valore della memoria, capace di mantenere vivo un legame oltre il tempo.»
«Ma non rischiamo di restare prigionieri del passato?» chiese Leopardi. «Soltanto se confondiamo il ricordo con il rifiuto della realtà. Ricordare ci fa riconoscere che l’esistenza di quella persona ha lasciato qualcosa in noi», rispose Foscolo.
Pensate a una voce che non potete più ascoltare, a degli occhi nei quali non potete più perdervi, a una frase che qualcuno ripeteva sempre, a un gesto che oggi vi ritrovate a fare senza accorgervene. Il dolore arriva perché quella persona manca, ma il ricordo può diventare anche il luogo in cui ritroviamo una parte di ciò che siamo.
Leopardi guardò Anna, che si era avvicinata a loro di qualche passo. «Forse», disse, «il problema non è soffrire perché qualcuno non c’è più. È credere che, insieme a lui, sia scomparso anche tutto ciò che ci ha dato.» «E allora ricordare ci cura?» domandò Foscolo. «Non sempre ci toglie il dolore», rispose Leopardi. «Ma forse ci insegna a conviverci senza lasciare che occupi ogni spazio della nostra vita.»
Anna tornò indietro e sistemò i fiori davanti alla fotografia. Non si sentiva improvvisamente meglio e sapeva che, il giorno dopo, la mancanza sarebbe tornata. Ma non voleva più cancellare ogni traccia di suo marito per riuscire ad andare avanti. Il vento mosse le foglie lungo il vialetto. Foscolo e Leopardi rimasero seduti, mentre le candele continuavano a brillare tra le tombe. Anna si allontanò lentamente. Avrebbe conservato le fotografie, ascoltato ancora quella canzone e preparato il caffè come facevano insieme per dare alla loro storia un posto nella vita che continuava.
La morte interrompe una presenza, ma l’amore continua ad abitare in noi, attraverso i ricordi e gli affetti che il tempo trasforma in eternità. Come intuiva Foscolo, è proprio nella memoria che i legami trovano la loro forza più profonda: chi abbiamo amato continua a vivere dentro di noi, nel segno indelebile che ha lasciato nella nostra esistenza.
Fonte delle citazioni
- “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?” – Ugo Foscolo, Dei Sepolcri (1807), vv. 1-3.
- “La morte non è un male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii” – Giacomo Leopardi, Pensieri, VI. Opera pubblicata postuma nel 1845.
Leggi anche: Perché andiamo al cimitero a novembre: i Sepolcri di Ugo Foscolo e il legame con chi non c’è più