“Prima ci rompiamo le scatole, poi ci manchiamo”: la frase di Paolo Crepet che addolcisce il dolore per una perdita

C’è una frase di Paolo Crepet che circola molto meno delle sue citazioni più note, ma che dice una cosa più vera di quasi tutte le altre. È una frase sulla mancanza, ma anche sul ricordo, e su come lo costruiamo spesso in modo falso, cucendo insieme solo i momenti buoni e lasciando fuori tutto il resto. Questo articolo parte da lì.

dolore per una perdita

Quella frase di Paolo Crepet che rende l’assenza più dolce

“Prima ci rompiamo le scatole, poi ci manchiamo.”

La frase non viene da un libro con un numero di pagina preciso. Crepet la ripete in varie forme nelle sue conferenze e interviste da anni. Il senso è cristallino: le persone che amiamo non sono solo quelle che ci fanno stare bene. Sono anche quelle con cui litighiamo, che ci irritano, che ci fanno perdere la pazienza. E quando non ci sono più – per una separazione, per la morte, per il tempo che passa – quello che manca non è solo la parte bella. Manca tutto: anche il fastidio, anche i conflitti, anche le discussioni inutili.

È una cosa che chiunque abbia perso qualcuno riconosce immediatamente, e che però difficilmente si riesce a dire ad alta voce. Perché il linguaggio del lutto è costruito sul rimpianto dei momenti felici, sulla nostalgia di quello che c’era di bello. Non su quello che c’era di difficile e che, a sorpresa, manca quanto e forse più del resto.

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Perché il ricordo tende a idealizzare

C’è un meccanismo psicologico ben documentato che Crepet affronta spesso nel suo lavoro: la tendenza a costruire dei morti – e in generale degli assenti – in versioni migliorate rispetto a come erano davvero. I difetti si smussano. I conflitti si dimenticano. Le persone diventano, col tempo, quasi senza ombre.

Questo meccanismo ha una funzione: protegge dal dolore più acuto del lutto, che è quello di fare i conti con una relazione vera, fatta di tutte le sue contraddizioni. Ma ha anche un costo: produce un ricordo che non corrisponde alla persona reale, e che finisce per isolare ancora di più. Perché la persona vera – quella che ci faceva arrabbiare, che aveva i suoi limiti, che a volte ci deludeva – era quella con cui avevamo davvero vissuto. Non la versione idealizzata.

Ricordare qualcuno davvero, nella prospettiva di Crepet, significa tenerlo in tutta la sua complessità. Non solo nelle foto belle, non solo nei momenti di armonia. Anche quando alzava il tono della voce, anche nelle cose che non riusciva a dire, anche in quello che non aveva risolto.

Il lutto come relazione che continua

Crepet ha scritto e parlato più volte di come il lutto non sia la fine di una relazione, ma la sua trasformazione. Chi non c’è più continua a occupare uno spazio nella nostra vita affettiva, uno spazio che cambia forma, ma non scompare.

Questo è particolarmente vero per i legami lunghi e complessi: i genitori, i fratelli, i compagni di una vita. Con loro non c’è stato solo amore nel senso romantico del termine. C’è stato attrito, crescita, incomprensione, e a volte riconciliazione. Tutta questa materia non finisce con la morte. Rimane, e continua a lavorare in chi è rimasto.

Ricordare in modo autentico significa non censurare questa complessità. Significa permettersi di pensare “mi faceva arrabbiare, e mi manca anche per questo”. Significa riconoscere che la mancanza più profonda non è quella dei momenti perfetti, ma quella dell’intera struttura di una persona, con tutto quello che la rendeva difficile e vera insieme.

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Come ricordare chi non c’è più: alcune indicazioni concrete

Crepet non offre ricette. Ma dal suo lavoro emergono alcune posture che aiutano a stare con la perdita in modo più onesto:

  • Permettersi il ricordo imperfetto. Non correggere mentalmente la persona che si ricorda. Se nella memoria emerge un momento di conflitto, una cosa che non funzionava, una caratteristica difficile: non censurarlo. È parte della persona vera, e vale quanto i ricordi belli.
  • Non misurare il lutto in termini di intensità sentimentale. Non è vero che si ricorda meglio chi si amava di più, o che la mancanza più forte è quella delle relazioni più facili. Le relazioni più complesse lasciano spesso le tracce più profonde, proprio perché non erano risolte.
  • Evitare il confronto con come ricordano gli altri. I lutti sono individuali. Il modo in cui qualcuno ricorda un genitore, un fratello, un amico non è lo stesso per tutti i figli, tutti i fratelli, tutti gli amici, perché le relazioni erano diverse, anche con la stessa persona. Non c’è una versione giusta del ricordo.
  • Stare con le domande che restano aperte. Spesso la morte arriva prima che alcune cose vengano dette o risolte. Crepet invita a non chiudere artificialmente quelle aperture, a non costruire risposte che non ci sono. Le domande irrisolte fanno parte del legame, e hanno il loro posto nel ricordo.

Ho pensato spesso a questa frase di Crepet in occasioni in cui non me l’aspettavo, non il 2 novembre, non ai funerali, ma in un giorno qualunque in cui mi è tornata in mente una discussione stupida con qualcuno che non c’è più. Quella sensazione di rimpianto mi ha sempre sorpresa. Come se il conflitto avesse più peso del previsto. Forse è proprio lì che si misura quanto una persona era presente.

Ricordare è un atto di cura

Il 2 novembre porta con sé un rituale antico: i fiori, i cimiteri, la visita alle tombe. C’è qualcosa di giusto in questo rituale: il fatto che ci sia un giorno dedicato, che la memoria dei morti abbia uno spazio pubblico e collettivo.

Ma Crepet inviterebbe probabilmente a non limitare il ricordo a quella forma. Ricordare chi non c’è più è un atto quotidiano, disordinato, spesso involontario: un odore, una canzone, un gesto familiare, una discussione che assomiglia a quelle che si faceva. E a volte è proprio in quei momenti imprevisti – quando ci torna in mente qualcosa che ci dava fastidio – che la persona che abbiamo amato è più presente.

“Prima ci rompiamo le scatole, poi ci manchiamo.”

La frase è breve. Ma contiene un’intera teoria del legame e del modo in cui il legame sopravvive a chi lo abitava.

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