“La maggior parte della gente esiste”, non vive: Oscar Wilde e uno studio di Harvard per iniziare a vivere davvero

C’è una differenza tra essere vivi e vivere. Oscar Wilde la sapeva. La scrisse con la precisione di chi ha guardato il mondo da vicino e ha visto quante persone lo attraversano senza toccarlo davvero: con la testa altrove, con il pilota automatico inserito, aspettando qualcosa che non arriva mai. Quello che non sapeva – o forse lo intuiva – è che un secolo dopo, un gruppo di ricercatori di Harvard avrebbe misurato quella distanza con gli strumenti della psicologia. E i risultati gli avrebbero dato ragione.

iniziare a vivere davvero

La frase di Oscar Wilde

La frase è questa:

“Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.”

Si trova ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo, un saggio scritto da Oscar Wilde nel 1891 e pubblicato sulla rivista The Fortnightly Review. È un testo provocatorio, politico, in alcuni tratti utopico. Oscar Wilde immagina un mondo in cui il lavoro automatizzato libera gli esseri umani dal peso della sopravvivenza e li lascia finalmente liberi di sviluppare la propria individualità. In quel contesto, la distinzione tra vivere ed esistere non è solo filosofica: è politica. Chi è costretto a sopravvivere non ha spazio per vivere. Chi ha abbastanza, spesso sceglie comunque di non farlo.

L’attribuzione di questa frase è certa: è nell’opera pubblicata da Oscar Wilde, non in una citazione di seconda mano o in un discorso riportato. Vale la pena dirlo, perché molte frasi che circolano a nome di Oscar Wilde non sono sue: questa lo è davvero.

Lo studio di Harvard: la mente che vaga

Nel 2010, Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert – ricercatori dell’Università di Harvard – pubblicarono sulla rivista Science uno studio intitolato “Una mente che vaga è una mente infelice” (Killingsworth, M. A. e Gilbert, D. T. (2010), A Wandering Mind Is an Unhappy Mind, Science, vol. 330, n. 6006, p. 932, 12 novembre 2010). Era un esperimento su scala insolita.

Tramite un’app per smartphone, i ricercatori contattarono più di 2.000 persone in modo casuale nel corso della giornata, ponendo tre domande semplici: cosa stai facendo adesso? Stai pensando a quello che stai facendo, o la tua mente è altrove? Ti senti bene, in questo momento?

Le risposte raccolte furono oltre 250.000. I risultati furono sorprendenti.

Il 46,9% del tempo, le persone stavano pensando a qualcosa di diverso da quello che stavano facendo. Quasi la metà del tempo sveglio trascorso con la mente da qualche altra parte: nel passato, nel futuro, in scenari immaginari, in preoccupazioni, in rimpianti.

Ma il dato più importante era un altro: quando la mente vagava, le persone si sentivano meno felici. Non solo quando pensavano a cose spiacevoli: anche quando pensavano a cose piacevoli, se lo facevano mentre svolgevano un’altra attività, il loro benessere risultava inferiore rispetto a quando erano presenti in quello che stavano facendo.

La conclusione di Killingsworth e Gilbert era precisa: la capacità di pensare al futuro e al passato ha un costo emotivo. Una mente che vaga è, in media, una mente meno felice.

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Oscar Wilde e Harvard: la stessa diagnosi

La distanza tra un saggio dell’Ottocento e una ricerca pubblicata su Science è enorme. Eppure Oscar Wilde e Killingsworth-Gilbert stanno descrivendo la stessa cosa da due angolazioni diverse.

Oscar Wilde la chiama “esistere”: stare al mondo senza abitarlo davvero, attraversare le giornate senza toccarle, aspettare che la vita cominci invece di accorgersi che è già qui. Killingsworth e Gilbert la misurano: il 46,9% del tempo, la mente non è dove si trova il corpo. Sta altrove. E quella lontananza ha un prezzo.

Non è una coincidenza. È la stessa intuizione: che il modo ordinario in cui la maggior parte delle persone trascorre il proprio tempo è meno vivo di quanto potrebbe essere.

La differenza è che Oscar Wilde lo dice come giudizio culturale e politico. Killingsworth e Gilbert lo dimostrano come fatto empirico, misurabile, replicabile. Non si stanno smentendo a vicenda: si stanno confermando.

Perché è difficile vivere davvero

La mente che vaga non è un difetto: è una caratteristica. Il cervello umano non è progettato per stare fermo nel presente: è progettato per anticipare, ricordare, pianificare, simulare. Queste capacità sono straordinariamente utili: ci permettono di imparare dagli errori, di prepararci alle minacce, di immaginare il futuro e lavorare per costruirlo.

Il problema è che il cervello non distingue tra i casi in cui vagare è utile e i casi in cui non lo è. Vaga durante una cena con qualcuno che ami, durante una passeggiata, durante una conversazione importante. Vaga nel mezzo delle cose che contano, spinto da abitudini, da preoccupazioni, da notifiche, da una soglia di attenzione sempre più bassa.

Vivere, nel senso di Oscar Wilde, richiede di fare qualcosa contro questa deriva. Non di fermare la mente – cosa impossibile – ma di accorgersi quando è altrove e di riportarla qui, nel corpo, nella stanza, nella persona di fronte a te.

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Come iniziare a vivere: qualche direzione concreta

Lo studio di Harvard non offre soluzioni. Ma indica dove cercarle: nel momento presente, nell’attività in corso, in quello che sta succedendo adesso invece di in quello che è successo ieri o potrebbe succedere domani. Ci sono alcune situazioni quotidiane in cui questa direzione è più accessibile di altre:

  • Durante i pasti. Mangiare è uno dei momenti in cui la mente vaga di più: la mano prende il telefono quasi automaticamente, il cibo finisce senza che tu abbia quasi notato il sapore. Provare a mangiare senza schermo, anche solo una volta al giorno, è un gesto piccolo con un effetto misurabile sul senso di presenza.
  • Durante una conversazione. La qualità di una conversazione dipende quasi interamente da quanto sei davvero lì, non solo fisicamente, ma con l’attenzione. Sentire quello che l’altro dice invece di pensare a cosa risponderai. Fare domande perché sei curioso, non per riempire il silenzio. È più difficile di quanto sembri, e quando succede si sente.
  • Durante una passeggiata. Camminare con le cuffiette è piacevole. Ma una passeggiata senza musica, senza podcast, senza nulla a cui prestare attenzione tranne quello che c’è intorno dà al cervello qualcosa di raro: il permesso di stare dove si trova.

Non si tratta di meditazione o di tecniche particolari. Si tratta di accorgersi, di tanto in tanto, che la vita sta accadendo adesso, non dopo, non quando le cose si sistemeranno, non quando avrai più tempo. E di scegliere di esserci.

Ho riletto la frase di Oscar Wilde molte volte, in anni diversi, e ogni volta mi ha fatto un effetto diverso. La prima volta sembrava un giudizio sugli altri, sulle persone che non sapevano apprezzare la vita. Poi, piano piano, ho capito che parlava anche di me. Di quelle cene in cui ero fisicamente presente e mentalmente altrove. Di quei pomeriggi che sono finiti senza che riuscissi a dire cosa ci avevo fatto. Lo studio di Harvard non mi ha consolata: mi ha solo confermato che non ero la sola. E in qualche modo, saperlo aiuta. Però so che il passo successivo è quello di agire per vivere una vita davvero più piena e presente.

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L’anima dell’uomo sotto il socialismo di Oscar Wilde è del 1891 ed è di pubblico dominio: si trova integralmente online in inglese e in molte traduzioni italiane gratuite. Lo studio di Killingsworth e Gilbert, A Wandering Mind Is an Unhappy Mind, è stato pubblicato su Science nel 2010 ed è citato in centinaia di pubblicazioni successive. Per approfondire il tema della presenza mentale e del benessere, Sapiens di Yuval Noah Harari e Perché facciamo quello che facciamo di Charles Duhigg offrono due prospettive complementari, accessibili e ben documentate.

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