C’è qualcosa di stranamente liberatorio nell’idea che nulla duri. Non come rassegnazione fatalistica, non come invito a non investire, ma come struttura della realtà da tenere presente. Se niente è stabile, allora il momento di crisi non è definitivo. Ma anche il momento di gloria non è definitivo. Entrambe le direzioni valgono, e Socrate le teneva insieme con la stessa chiarezza. Il filosofo ateniese aveva formulato questa idea con una precisione che non ha perso niente in duemilacinquecento anni di storia.

Perché l’esaltazione fa più danni di quanto pensi
“Ricorda che non c’è nulla di stabile negli affari umani; quindi evita una indebita esaltazione nella prosperità, o una indebita depressione nell’avversità.”
La parola chiave è “indebita”: non l’emozione in sé, ma l’eccesso, la sproporzione, il costruire troppo su qualcosa che per sua natura è temporaneo. Socrate non dice di non gioire quando le cose vanno bene, né di non sentire la soddisfazione di quello che si è costruito. Dice di non costruirci sopra un’identità solida, di non trattare la prosperità come uno stato permanente che definisce in modo definitivo chi si è. Perché quando finisce – e nella visione di Socrate finirà sempre, senza eccezioni – il crollo è doppio e più devastante: si perde la situazione e si perde l’idea di sé che ci si era costruita intorno.
L’esaltazione indebita è quella che porta a credere di avere finalmente capito il gioco, di essere arrivati, di meritarsi permanentemente quello che si ha. È esattamente il momento in cui si diventa vulnerabili senza accorgersene, perché si è smesso di tenere presente che le cose cambiano.
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Perché la depressione nell’avversità ingigantisce tutto
Dall’altra parte, la depressione indebita nell’avversità funziona allo stesso modo, ma in direzione opposta e con effetti altrettanto distorcenti. Quando le cose vanno male e ci si immerge completamente in quello stato – come se il momento attuale fosse la totalità della realtà, come se l’avversità che si sta attraversando fosse la verità definitiva su chi si è e su come andrà il resto della vita – si perde la prospettiva che Socrate considera essenziale: questa fase passerà, così come è passato il periodo buono che la precedeva.
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Dove si trova l’equilibrio
Socrate non propone distacco emotivo o indifferenza stoica verso quello che succede. Propone qualcosa di più preciso e di più praticabile: la memoria, ovvero il ricordo attivo che tutto cambia, che la stabilità è un’illusione utile ma non una garanzia. Nella prosperità, ricordare che cambierà mantiene umili e grati per quello che si ha in quel momento. Nell’avversità, ricordare che cambierà mantiene in piedi quando tutto sembra crollare. Non si tratta di non sentire, ma di non confondere quello che si sta attraversando con quello che si è in modo permanente.
Perché questa frase è ancora necessaria
In una cultura che misura il valore delle persone dai risultati, che celebra il successo come se fosse permanente e tratta il fallimento come se fosse definitivo, che alterna l’euforia al catastrofismo senza stazioni intermedie, la saggezza di Socrate suona quasi rivoluzionaria. Né l’esaltazione indebita né la depressione indebita: la capacità di stare nel cambiamento continuo senza farsi trascinare agli estremi. Una stabilità interna che non dipende dalla stabilità esterna. È forse la forma di forza più difficile da costruire e da mantenere, e quella che dura di più nel tempo.
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